Il giorno in cui la pietra s’incrinò

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Gran cosa, le storie. Specie quelle epiche, dal finale col botto. L’estrema sfida, il duello decisivo, lo scontro fatale. La strega oscura contro il guerriero della luce, l’elfo contro il nano, il prode contro il mago. Continua a leggere

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O’ Miracòl

cielo

L’inverno punta al freddo e al gelo, ma il cielo mette a segno quel colore pulito che soltanto o’ sol e’ Napule sa inventare.
Giggino deve buscarsi la giornata, comincia a preparare la bancarella. Il suo campo da gioco è lo Stadio San Paolo, angolo Porta Sud. La sua squadra ha una formazione collaudata, anche se non sempre vincente: centravanti, magliette del Napoli e gadget in tema, centrocampo magliette Juve e Inter, difesa maglie Roma, Lazio e Milan. In tribuna: Sofia Loren – accattatavell’ – e Pulcinella, ca’ magna a’ pastà cu e’ mani. L’arbitro è San Gennaro, speriamo che pure oggi fa o’ miracòl. Continua a leggere

Trenta volte il diametro terrestre

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Il cobalto del cielo è attraversato da un aeroplanino di carta. A tratti mi raggiungono gli schizzi dell’innaffiatoio automatico. In sottofondo, un placido russare.
I ricordi felici dell’infanzia sono rifugi per tutta la vita. Per questo visito ancora nella memoria certi pomeriggi assolati quando, in fuga dalle prediche materne, con furia d’attrazione quasi gravitazionale mi tuffavo nel Mare della Tranquillità, a portata di un centinaio di metri da casa. Allora mi sdraiavo sull’erba, socchiudevo gli occhi e distendevo il mio corpo. Sopra di me, il blu senza confini. Sotto di me, i muschi odorosi, gli incessanti formicolii, il profumo di aghifoglie gravide di rugiada.
Mi trovavo nel giardino degli Ockels. Continua a leggere

Guarda che luna

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Nulla può eguagliare una notte d’estate, il magnetismo senza appello di una luna piena che tira all’insù i nasi di due bambini: undici anni imburrati di ginocchia sbucciate, undici anni colorati con pastelli speciali.
– Stanotte è proprio giallo quel pallone nel cielo, giallissimo – dichiara Francesco.
– Perché è fatta di sabbia, la luna. -replica Piergiorgio.
– Che ne sai?
– Lo so perché ci sono stato. Una volta mi ci ha portato mio padre. Continua a leggere

Oasi nella metropoli

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Anche oggi, come un Sisifo conclamato, mi affanno schiacciata da una montagna di carte, carte, carte da mettere in ordine, oberata dai mille impegni di cui non riesco a venire a capo, cercando di spingere avanti, avanti e ancora avanti con tutte le mie forze le cose già avviate e intraprese: la tesi di dottorato da terminare, le inalazioni contro la sinusite, la stanza da ripulire, le telefonate perse a cui rispondere. Continua a leggere

Puntualizzando ovvero una storia d’amore nata male

puntualizzando
Il punto era veramente stufo della virgola.
Lei era socievole, easy, si infilava dappertutto con ostentata invadenza. Lui segnava la fine di un periodo, di un discorso, di una storia d’amore. Lei era tutta curve, voluttuosa, sexy, concava o convessa a seconda dei punti di vista. Lui perentorio, impegnativo, definitivo e chiuso in se stesso.
Ma chi si credeva di essere quella svergognata, che il più delle volte cascava a sproposito?
Il punto avrebbe voluto dirgliene quattro. Ma non capitava mai che si incontrassero: quando c’era l’uno, non c’era l’altra. Continua a leggere

L’arte di Napoli

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Avevo conosciuto Nicola in campeggio e quell’estate per la prima volta me lo vidi comparire sotto casa, giunto in terra partenopea con volo diretto da Trieste. Gli sarebbe piaciuto immergersi nelle bellezze del luogo – diceva -, vedere Napoli, Sorrento, forse Capri e Positano.
Accettai volentieri di accompagnarlo e insieme prendemmo la metro dal Vomero, mentre lui parlava di un modello di occhiali da sole, della necessità di imparare l’arabo o il cinese per poter essere quanto più possibile competitivi a livello internazionale. Man mano che tutte quelle parole mi investivano, cresceva di pari passo il richiamo di una forza irresistibile che mi spinse, quella Domenica, a deviare per via dei Tribunali prima di raggiungere il porto. Continua a leggere

Parade Picasso

Pablo_picasso

La prima parola è stata “matita”. Il primo punto, una macchia di colore. La virgola, un angolo di novanta gradi.
Scrivevo pittura come gli altri bambini l’alfabeto e ho sempre scritto moltissimo.
A sei anni dipingevo come Raffaello e chiunque vedesse i miei disegni si prostrava come di fronte alla Madonna. Tutti, tranne lei. Aveva occhi bianchi spiritati e capelli neri, neri come la sua pelle, una massa scura e ingombrante. Era più grande soltanto di qualche anno, eppure mi sembrava una donna, bellissima e paurosa. Il suo nome è un mistero, ma nella nebbia dei sogni si staglia netta la sua figura china, che controlla i miei disegni, poi quelli degli altri bambini. Mi trafiggevano le sue parole: urlava che sapevo creare solo terribili scarabocchi, mentre i segni ingenui, infantili dei miei coetanei erano autentiche prove d’arte. Continua a leggere

Nel nome di Bast

GattoMarzio
La sua pancia è un richiamo irresistibile. La peluria, una sfida a quell’indifferenza che coltivi minuziosamente ogni giorno e con un certo senso di compiacenza. I colori pastello e nivei sono una promessa di candore, il presagio di una regressione allo stato infantile.
È quasi l’una di notte, perché questo stramaledetto felino non va a dormire? Continua a leggere

Uroboros

uroboros

Quando tocca il suolo, il collo si spezza. Sento le carni cedere, il cranio macinare sotto il bolide di metallo.
Cristo, mi rodeva troppo di lavorare pure a Natale e non ho visto il semaforo.
L’ho steso, poveraccio.
Che faccio ora? Accarezzo l’ipotesi di fermarmi, poi l’acceleratore.
Un’ora più tardi sono Santa Claus in un grande magazzino; distribuisco sorrisi assassini e caramelle al gusto misto di rimorso e paura, prima di uccidermi d’alcool quella sera stessa.
Tanti auguri a me, non voglio pensare.

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