Mercurio Loi, un eroe capovolto

 

“Io non racconto storie, racconto il modo di raccontare storie.”
Tiziano Sclavi, “Nessuno siamo perfetti” di G. Soldi, 2014

Mercurio. Loi. Chissà se esiste qualche lettore di fumetti che non ha mai sentito di questa serie della Bonelli, da poco terminata col numero sedici. Nel caso, riporto qualche indicazione narrativa dal sito della casa editrice:

Mercurio Loi è un professore di storia all’università, ma sembra molto più interessato alle sfide e ai misteri che la strana società romana dei primi dell’Ottocento sembra offrirgli. Per chi abita a Roma nel 1826, Mercurio Loi è solo un professore, molto colto e intelligente, forse un po’ perdigiorno, sempre sorridente. Lo si vede passeggiare di frequente per le stradine intricate e affollate, lungo il Tevere ancora senza argini (…) Mercurio indossa il mantello e scende per le strade dedicandosi a ciò che più lo interessa, che sono le sfide di intelligenza.

La presentazione del personaggio qui riportata, ancorché ineccepibile, non spiega (né del resto lo potrebbe) perché Mercurio Loi abbia ricevuto molti riconoscimenti, vinto diversi premi, insomma perché se ne parli e perché abbia deciso di scriverne anch’io.

Il motivo credo non risieda tanto nella storia, ma nel modo in cui essa viene raccontata e soprattutto nel cuore etico e filosofico del racconto. Quel che resta dopo la lettura (e la rilettura) di ogni singolo albo della serie è cospicua materia di riflessione. Ciò che Ray Bradbury chiama sostanza. In altre parole, si pensa e pure parecchio.

L’albo che più mi è rimasto dentro è “L’uomo orizzontale”. Non dico troppo per non rovinare la sorpresa, ma l’intero albo è un invito alla resilienza come forma di resistenza, a non essere dominati dall’idea della competizione, dell’utilità pratica, l’ossessione del fare e portare a casa il risultato, in definitiva il chiodo fisso del vincere sempre, vincere tutto. Mi ha ricordato una poesia di Sylvia Plath (“Io sono verticale. Ma preferirei essere orizzontale”) e sì, anche Caparezza, quando in “Ti fa stare bene” martella: “Sono tutti in gara e rallento, fino a stare fuori dal tempo./Superare il concetto stesso di superamento mi fa stare bene”.  Aggiungo che sfogliando l’albo a un certo punto c’è un espediente che stimola a rallentare la lettura, e questo l’ho trovato geniale.

Altri albi che si impongono alla memoria sono “L’infelice”, “Il cuoco mascherato” e “La testa di Pasquino”. Il primo propone una declinazione ingegnosa dell’ Effetto farfalla (“Può, il batter d’ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?”) e di tutte le sue devastanti possibili conseguenze, il secondo è una gustosa (è il caso di dirlo) metafora culinaria degli ingredienti e soprattutto del tempo di lavorazione necessario per costruire personaggi, fabbricare storie, con l’effetto di stuzzicare l’appetito nel lettore che brama cibo per lo stomaco e per la mente. Il terzo, “La testa di Pasquino“, mi ha ricordato in un punto Le baccanti di Euripide come archetipo dell’autoinganno, in un altro punto invece Nell’anno del signore, pellicola di Luigi Magni, regista e sceneggiatore di cui io sono fan di lunga data (anche in altre occasioni la serie mi ha ricordato Magni, com’è naturale, dato che quest’ultimo è il grande cantore di Roma e in particolare della Roma papalina). Certo, quest’albo si distanzia da Euripide e da Magni, perché presenta uno specifico timbro autoriale anche grazie a un tocco surreale che qua e là fa capolino nella serie, e in questa occasione ci conduce attraverso le allucinazioni dei personaggi: cosa è vero, cosa non lo è, quanto tempo è già passato e dove e quando? Il tempo e lo spazio sono categorie che vengono messe alla prova in Mercurio Loi, serie in cui è facile perdersi mentre divaghiamo. Ma il tempo sottratto all’azione è il tempo in cui troviamo noi stessi. Ergo, tempo guadagnato. 

Ancora più dei singoli albi, è il gusto della narrazione quello che emerge con chiarezza dalla lettura.

E tante cose a questo punto dovrei menzionare, come le bellissime soggettive in apertura del primo e dell’ultimo volume (e anche nel numero 8, “Il colore giallo”, che segna la metà della serie), però in generale tutte le prime pagine dei volumi sono memorabili: tattili (“La legge del contrappasso”), placide e visive (“Il piccolo palcoscenico”), gustose (“Il cuoco mascherato”), rumorose (“L’infelice”, “Una settimana come tante”), poetiche (“La testa di Pasquino”), mimetiche (“La somiglianza con una scimmia”), in medias res (“Il circolo degli intelligentissimi”, “Tempo di notte”).

I personaggi pure presentano psicologie complesse tradotte in azioni e dialoghi poco prevedibili e parecchio intriganti (come il rapporto tra Enrica e Mercurio in “Ciao, Core”). Se cerchiamo la prima apparizione del protagonista, la troviamo a pag. 22 del numero uno: Mercurio si trova a testa in giù, torturato dall’antagonista Tarcisio. Un eroe capovolto. Chi leggerà gli albi, non tarderà a vedere in lui un eroe dal pensiero laterale e, ancora una volta, poco prevedibile. Anche gli altri personaggi si ritagliano un loro preciso spazio nella memoria: la “spalla” Ottone, che fin dall’inizio porta il marchio della propria maledizione, Belforte, il colonnello silenzioso, Galatea, enigmatica bambina prodigio… persino Adelchi, il barbiere di Mercurio, è speciale. Lo sono tutti, come tutti risultano, dopo la lettura dell’intera serie, duplici.

E poi c’è lei… Roma. Roma del coprifuoco, Roma sui tetti a perdifiato, all’aperto nei fori, e giù nei sotterranei delle associazioni segrete. Roma carbonara, Roma di Pasquino, Roma degli assassini mascherati in cerca di giustizia, Roma del carnevale, Roma del Papa Re. E tutto questo è un valore aggiunto: essendo io fan di Luigi Magni, un fumetto ambientato nella Roma papalina per me equivale a un invito a nozze.

Pur ambientato nell’Ottocento, Mercurio Loi comunque non è un romanzo storico e neanche un fumetto d’azione, nonostante di azione ce ne sia. Veramente, pur essendo un fumetto, ho qualche difficoltà a definirlo “solo” un fumetto. La sensazione che ho provato leggendo è la medesima sperimentata durante gli anni novanta, mentre mi nutrivo di Dylan Dog. Credo che la definizione più calzante sia quella di viaggio.

Mercurio Loi è il viaggio che non ti aspetti, quando il cammino si apre a diverse possibilità (“A passeggio per Roma”) e non è sicuro che da qualche parte ci attenda una meta, o forse sì ma il punto non è quello.

Il punto è che questo viaggio è irrinunciabile. 

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