LETTURE E VISIONI – LUGLIO 2017

IL LIBRO

Mio carissimo rospo di Virginia Woolf, Elliot edizioni

“Mio carissimo rospo” è una raccolta delle lettere scritte da Virginia Woolf ai suoi familiari e conoscenti tra il 1888 e il 1900, periodo in cui l’autrice è prima bambina e poi adolescente, comunque ignara del suo futuro di grande scrittrice. Quanto della futura Virginia Woolf è possibile ritrovare in questi compitini, portati a termine sia per esercitarsi nello scrivere che per consolidare legami affettivi? È presto detto: poco o nulla si intuisce nelle concise frasette brevi, nei tentativi di utilizzare un vocabolario più ampio e meno banale, nella ricerca di un periodare ampio e articolato. Se qualcuno si accosta a questo epistolario sperando di ritrovare qualcosa della futura scrittrice, incapperà in una cocente delusione, in quanto si troverà di fronte a una testimonianza di vita vissuta, priva di pensieri segreti e profonde riflessioni, senza l’ombra di confidenze ardite o inenarrabili confessioni. Non ci è data occasione di sbirciare nel mondo interiore dell’autrice, perché imperscrutabile è il mistero che porta una bimba dall’esistenza non memorabile a maturare una personalità letteraria dalla voce imponente.

IL FILM
La tartaruga rossa
di Michael Dudok de Wit

Difficile non pensare allo Studio Ghibli, durante la visione del film. In effetti il famoso studio giapponese ha partecipato alla produzione, ma la regia e lo storyboard sono opera dell’olandese Michael Dudok de Wit. Il lungometraggio animato si avvale perciò di una collaborazione internazionale, ma ha un gusto tipicamente europeo, e di cinema d’autore. Non ci sono dialoghi, tutto è affidato alla musica e alla recitazione dei personaggi. L’intero film racconta un naufragio: un uomo si ritrova in un’isola tropicale, in cui deve cercare di sopravvivere. I suoi tentativi di costruire una zattera vengono resi vani da un’enorme tartaruga rossa che non gli consente di lasciare l’isola. La tartaruga giustamente dà il titolo all’opera, perché tutta la storia è imperniata sulla figura di questo animale, che sembra nemico, poi amico, infine parte di qualcosa che esiste da sempre, da prima della comparsa dell’uomo, e che con ogni probabilità esisterà anche dopo la sua morte. Ho trovato il lungometraggio molto bello, con splendidi scenari naturali e una musica adatta e coinvolgente. Avrei gradito però una qualche indicazione nei cinema che consigliasse la visione a un pubblico maturo. Non perché ci fossero scene inadatte o contenuti discussi, ma perché adulto è il target dell’opera nella sua interezza, ed è stato un po’ deprimente vedere le faccine tristi dei tanti bambini presenti in sala.

IL FUMETTO

Le due metà della luna di Marco Rocchi e Francesca Carità, Tunuè

Alba, giovane topolina aspirante sarta, si trasferisce dalla campagna alla città di Croma per inseguire il suo sogno di diventare stilista. Da poco arrivata in un ambiente nuovo, tuttavia, deve fare i conti con un’incredibile scoperta: la luna è sparita dal cielo, lasciando solo un velo con le proprie sembianze e portandosi via tutta l’ispirazione. Riuscirà Alba a far tornare la luna, quindi l’ispirazione, l’arte e la felicità a Croma? (dal sito della casa editrice)
Nel leggere questo fumetto ho provato una fortissima nostalgia. Le inquadrature, l’atmosfera, i personaggi e la personalità della storia, la volontà di rappresentare un intero mondo con la ricchezza molteplice degli abitanti, delle idee e degli ambienti, mi hanno ricordato di quando, bambina, attendevo gli spezzoni di “Nausicaa” trasmessi dalla Rai. “Le due metà della luna” ha il sapore dei film di Miyazaki prima maniera: muove dalla necessità dello stupore e del volo, dal desiderio di ritrovarsi in un mondo altro con altre regole che sembrano inspiegabili alla luce della ragione (perché mai senza la luna saremmo tristi e piangenti? Perché mai gli artisti perderebbero la loro scintilla creativa? Come fa la luna a frammentarsi in due piccoli ciondoli da portare al collo?), ma che appaiono giuste e necessarie, se ci si appella alla parte bambina che dorme in ciascuno di noi. È davvero un bel libro, sono stata contenta di averlo letto.

LA SERIE

Poldark sceneggiato da Debbie Horsfield

Da tanto volevo vedere questo drammone storico targato BBC e finalmente, approfittando della pausa estiva, ho recuperato le prime due stagioni, mentre la terza è attualmente in corso. Si tratta di un titolo di grande successo già dagli anni Settanta, quando venne trasmesso un primo adattamento seriale della saga ideata da Winston Graham. La storia prende in esame le vicende della famiglia Poldark, nella Cornovaglia di fine Settecento. I Poldark hanno una sorta di maledizione nel sangue: gestiscono miniere di stagno e di rame, nonostante l’attività sia piena di rischi. Lo fanno per desiderio di ricchezza, ma anche per fornire occasione di lavoro stabile a una comunità che non ha mezzi per sopravvivere. Il protagonista è il capitano Ross Poldark, che torna a casa dopo anni di servizio nell’esercito per trovare il padre morto e la miniera di famiglia in rovina, nonché la propria fidanzata, Elizabeth, promessa a suo cugino e prossima alle nozze. Ross si rimbocca le maniche e cerca di rimettere in moto la miniera. La trama comprende da una parte le difficoltà e i tentativi del protagonista di raggiungere la stabilità economica e dall’altra le vicende sentimentali del medesimo, che lo vedono sempre in bilico tra il suo amore giovanile perduto, inevitabilmente idealizzato, e il suo amore reale e presente, incarnato nella moglie Demelza, sua ex sguattera. Il mix è riuscito e le situazioni riprendono quelle del classico collaudato feuilleton. Il successo della serie è meritato, in particolar modo grazie alla narrazione che fa emergere l’umanità dei personaggi: nessuno si può definire perfetto e lo stesso Ross ha dei difetti piuttosto evidenti, che non si cura di nascondere.

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