Digitale purpurea

Il seguente racconto, vincitore ex aequo del contest “Tre narratori” bandito dal blog “Argonauta Xeno“, si vale dell’editing di Salomon Xeno, ideatore del blog e del contest.

L’orizzonte è una nuvola di polvere in attesa di essere spazzata via. La terra nient’altro che una landa desolata consegnata all’eternità.

Qualcuno, non ricordo chi, raccontava di un tempo in cui il cielo non aveva il colore della cenere. Sosteneva che un globo di luce illuminava il mondo e riscaldava la vita.
Era un’epoca lontana, diceva, ma credo fossero tutte invenzioni di una mente malata. La mente, con l’età, ci abbandona, ecco tutto. Non siamo che un mucchio di frammenti tenuti insieme da una colla cattiva. Ci lasciamo indietro i pezzi e neanche ce ne accorgiamo.
Come Jafet, Gog e Magog. Ecco, loro non se ne sono accorti, perché stavano dormendo. Mi sono introdotto, furtivo, con la mia spada a due lame, mentre russavano, orridi, con le teste di giganti. Un colpo netto e deciso, senza ripensamenti.
E adesso le trascino per i capelli, a gocciolare ricordi e sangue nel deserto. Un passo dopo l’altro, sotto nuvole di piombo che ci affondano il cuore. Avanzare è difficile, la fatica viene da lontano e il respiro forzato è l’unico fedele compagno.
Solo l’ostinazione fa procedere nella sabbia, un piede dopo l’altro, con i muscoli tesi e piegati all’obbedienza, sfidando la spossatezza e l’umidità raggrumata nei secoli.
Fa freddo.
Devo affrettarmi, tra poco calerà la notte. Nessuno sopravvive alle tenebre se non c’è un fuoco, anche piccolo, che possa scaldare le ossa. Lei, poi, sta aspettando.
Magdalene attende, vicino al fuoco, rinchiusa tra pareti di argilla.
Arriva il crepuscolo e la sera si fa piena. Lungo l’orizzonte, una macchia più scura emerge nel buio, ombra fra le ombre.
La mezzaluna sulla porta non mi inganna: è la Casa alla fine del viaggio.

*** *** ***

Quando varco la soglia, lei gira gli occhi.
I capelli rossi sono l’unico segno rimasto della sua bellezza.
Era bella, Magdalene, mia moglie. La sola cosa bella di questo mondo. Fino al giorno in cui le Norme, invidiose, filarono per lei un destino di crudeltà.
Jafet, Gog e Magog non erano solo giganti. Erano i Maghi. Si erano invaghiti di lei, ma nessuno era stato in grado di conquistarne l’amore, perché Magdalene sembrava immune a qualsiasi incantesimo. Allora, non potendo avere per sé i dolci baci e le languide carezze, decisero di rubare quanto potevano: la giovinezza con cui aveva ferito i loro cuori.
Lei vive ora da eterna vecchia, col corpo cadente. Mi sorride triste dietro le rughe.
Mi accoglie avvolgendomi in un mantello stellato, senza fare caso al dono. Glielo mostro, gettando le orribili teste il cui sangue, prodigiosamente, si sparge sul tavolo.
Uno scintillio nei suoi occhi è la sola gratitudine che offre ed è tutto ciò per cui ho compiuto l’impresa. La dura fatica del mio viaggio le ha offerto una magra consolazione, perché non servirà a restituire ciò che le è stato tolto.
Ma questo non le vieta di prendersi la sua vendetta: con un coltello comincia a tagliare le orecchie e il naso dei giganti. Poi cava i loro occhi, ci gioca facendoli rotolare, sparge il cervello, scuoia le teste e ne indaga le cavità, le compone insieme in un macabro trofeo da appendere alle pareti. Il sangue scorre ancora copioso e lei, come una guerriera folle e spietata, se ne ricopre il volto e il corpo.
Il suo viso, una maschera raggrinzita, ride.
Quando è sazia, mi invita a sedere vicino al fuoco. Mi accascio senza forze, mentre fa scivolare una mano tra i capelli.
“Laslo, hai una brutta cera. Hai preso la tua medicina?”
“No, Magdalene. Ti ringrazio, non ce n’è bisogno”.
“E chi lo dice? Devi prendere la tua medicina, lo sai. Occorre molto tempo per prepararla e le forze non mi sorreggono più come una volta!”
Dev’essere il tono velato di tristezza a convincermi, più delle parole.
La verità… la verità è che vorrei cedere alla tentazione di lasciarmi andare. Porre fine allo stanco perpetuarsi di giorni uguali, fatiche inconcludenti e orizzonti bui. Non passerà molto perché i Maghi ritornino, incarnandosi in nuove entità. La vendetta, già di per sé misera, è una coppa che non smette di colmarsi e vuotarsi, in una maledizione senza fine.
C’è Magdalene a cui pensare, però. Non posso permettermi di perdere. Di perderla. Di perdermi anch’io.
Infine, bevo il nero fiele dalle sue mani.
Infuso di digitale purpurea: ottimo per il cuore malato, ma difficile da trattare. In dosi eccessive, anziché giovare, uccide.
Dopo la medicina, il consueto torpore mi assale. Reclino il capo, lieve, nel grembo di mia moglie, mentre mormora una vecchia nenia.
So già che i soliti incubi saranno lì ad aspettarmi.

*** *** ***

Apro gli occhi di scatto, il bianco mi acceca.
Bianche le pareti. Bianche le divise degli infermieri. Bianca la collana di perle che gira attorno al suo collo.
“Si è svegliato, finalmente! Edoardo, come si sente?”
Sbatto le palpebre più volte, sono proprio tornato al mio incubo vuoto. La donna è bella e seducente, mi guarda con occhi buoni e comprensivi.
Chiede di Magdalene, mi interroga a lungo. Vuole i dettagli.
Nonostante l’aspetto giovane e fresco, è una sanguisuga: prosciuga tutte le mie energie, la mia forza vitale. Si nutre dei miei pensieri e del mio cuore, quel cuore che fatica ad andare avanti.
Vuoto la coppa dei ricordi, rispondo a tutte le domande.
Adesso sì, vorrei la mia medicina.
Commetto l’errore di dirlo a voce alta. La donna mi guarda stupita: non pensava che sarei stato io a chiederlo. Di solito non lo faccio. Di solito preferisco questo mondo bianco al mondo buio, ma ora realizzo che anche nella luce non esiste salvezza.
Mette una pasticca in un bicchiere d’acqua e mi aiuta a bere. Da solo non ci riuscirei, per via degli arti raggrinziti e paralizzati. Racchiuso in un guscio fragile e superfluo, mi scopro vecchio, tanto vecchio da aver dimenticato la mia età.
Socchiudo gli occhi, in attesa dell’oblio di questa realtà. Sento parlare la dottoressa con qualcuno nella stanza.
“Sì. Disturbo dissociativo di identità. È con noi da parecchio, siamo in grado di ricostruire l’ipotesi eziologica e tentare una diagnosi, ma nessuna terapia riabilitativa.”
“Quale sospettate sia stato l’evento scatenante?”
“Con ogni probabilità, ha subito un trauma infantile dovuto alla mancanza della figura paterna. La madre lo ha avuto in età avanzata, deve averlo fatto sentire molto amato. È cresciuto viziato e narcisista, non è mai stato in grado di costruirsi una famiglia. Una notte, la madre ha sorpreso dei ladri in casa. Erano in tre… lei è stata assassinata e questo evento ha causato la dissociazione nel figlio.”
Avverto il sospiro della dottoressa, ma le voci si fanno confuse. Distanti.
“Viveva da solo con la madre?”
“Quando lei è morta, lui era già anziano…”
“È allora che si è manifestata la seconda personalità, Laslo?”
“Sì. Pare abbia commesso degli omicidi…”
“In che modo?”
“…veleno… era farmacista…”

*** *** ***

Ormai sono lontano anni luce, nello spazio e nel tempo. Mi ritiro ancora di più verso il mondo color cenere per avanzare sotto il cielo plumbeo, verso l’orizzonte buio, su cui si staglia un’unica fiamma.
La chioma rossa che ride nonostante le rughe.
L’amore senza confini e sempre uguale della mia vita.
La mia digitale purpurea.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...