Il giorno in cui la pietra s’incrinò

castello-di-almourol

Gran cosa, le storie. Specie quelle epiche, dal finale col botto. L’estrema sfida, il duello decisivo, lo scontro fatale. La strega oscura contro il guerriero della luce, l’elfo contro il nano, il prode contro il mago.
Nulla a che vedere con le scaramucce cui ho assistito nel corso dei secoli: un po’ di frastuono che si protrae per un decennio o due al massimo, niente più che il fastidio di una zanzara. Ma la battaglia che si sta svolgendo adesso, nella sala grande del mastio, cruenta quanto mai altra, a giudicare dalle urla delle donne e dallo stridore delle spade contro le spade, no, questa battaglia non è il consueto fugace diversivo, intervenuto a spezzare l’immota quiete dell’eternità.
I nemici sono scesi dalle navi, per mesi hanno assediato le mura, devastato le campagne circostanti. Dopo un anno riescono a sferrare l’assalto definitivo, con l’ariete sfondano l’enorme porta centrale. La cittadella è messa a ferro e fuoco, la morte avanza con la sua falce e nella notte di sangue non farà ostaggi né prigionieri. Se anche per i signori giunge la fine, trovo giusto che oggi rintocchi l’ultima ora per me.

Il regno di Laharte non fu ricco e potente nel continente, ciò nonostante risultava ambito, in quanto benedetto da un suolo fertile e un clima mite, caratteristiche che in verità invogliano poco alla battaglia (da qui il detto “pace di Laharte” o “pacifico come un Lahartes”). Ma la posizione strategica sul mare rese infine Laharte terra di conquista per i reami confinanti. Crudele ironia, dunque, che proprio il suo popolo sia stato costretto a scendere spesso in guerra sebbene resti, tra tutti, quello che maggiormente la disprezza.
Ero appena un bimbetto allorché Thorris, il primo dei re Lahartes, pose la prima pietra intonando un canto di buon auspicio perché il castello, sua futura casa, restasse solido e inattaccabile dagli assalti del tempo e dei nemici.
Occorsero decenni, ma la fortezza crebbe in magnificenza a dispetto del piccolo reame, e io potei sollevarmi sulle mie gambe.
Poi re e regine si erano succeduti sul trono, dando alla luce principi e principesse di sangue reale. Tra di loro, la più bella e rinomata fu Larianna, che crebbe facendo parlare di sé per la leggiadria dell’aspetto e il carattere saldo, orgoglioso. La principessa fu oggetto di contesa tra i principi del regno e per la pace del suo popolo andò in sposa al potente signore oscuro Varres, il quale, morto il re, non essendoci altri eredi, rivendicò il trono recandosi alla corte di Laharte con la moglie in dolce attesa. Nessuno poteva prevedere ciò che sarebbe accaduto, nemmeno io.
Quando vidi Larianna gettarsi dal torrione, affinché il consorte non potesse accampare ulteriori pretese sul suo regno, ebbi pietà di quella ragazza così coraggiosa e bella. E ancora oggi il nome di Larianna, a Laharte, riempie di orgoglio chi lo porta. Varres giurò che si sarebbe vendicato per il tradimento della donna, motivo per cui scoppiarono le guerre di successione che durarono lungo l’intero arco della mia giovinezza.
Partecipai ai conflitti e ne uscii maturo e vincitore assieme al regno di Laharte, il cui governo fu affidato al glorioso generale Dorthas. Ma non tutti erano concordi nell’assegnargli lo scettro del potere e, alla sua morte, i figli di lui, privi della magnanimità e umiltà del padre, ricorsero agli eserciti mercenari per ottenere il trono. Fu la volta, dunque, delle guerre civili.
Uscii da un tale orrore assai indebolito, eppure ancora capace di reggermi in piedi. Ed ecco che, all’indomani della pace, gli eredi di Varres oltrepassano rapidi il mare interno per tentare la conquista con i loro maghi al seguito e, dopo circa un anno d’assedio, percorrono le scale a chiocciola e indagano le stanze interne, facendo strage di chi incrocia la loro strada.
Non se lo immaginano neanche, che esista qualcuno come me.

Quando ero bambino, Thorris, il primo dei re Lahartes, pose la prima pietra intonando un canto di buon auspicio perché il castello, sua futura casa, restasse solido e inattaccabile dagli assalti del tempo e dei nemici… o crollasse su di essi in caso di disfatta. Rapito dalla melodia, un’eco di quel canto io la catturai per nasconderla tra pietra e pietra, la nascosi in me affinché la promessa non venisse dimenticata.
Sono vecchio e cadente, però ho buona memoria. La pietra si incrina e ora l’incantesimo segreto è libero. Ora che le fiamme salgono verso il cielo e le madri intonano la litania funebre, ora posso liberare la forza che viene dal passato per sommergere gli avversari, ignari di quanto accadrà. È il torrione centrale che cade per primo, poi le torrette minori, la facciata merlata, il mastio esplode con le solide mura, fino alle stanze dei servi, giù nei sotterranei sprofondano le crepe, e ogni cosa diventa urla e polvere e ossa che si frantumano, vino misto a sangue che scorre nelle cantine.
Nulla può impedirmi di ripiegarmi su me stesso, di essere inghiottito dalla terra portando con me il ricordo di secoli passati e dissolti a un tempo.
Io sono lo spirito del castello che dona a sé la morte, la promessa mai dimenticata.
Ho vissuto a lungo, muovendo i primi passi in un’epoca lontana, e tutti quelli che ricordo sono con me, adesso, dai grandi signori alle nobili dame, dai validi guerrieri ai più umili servi, mentre mi schianto al suolo, pietra su pietra su pietra, finché restino solo schegge, e lo spirito che finora mi ha tenuto insieme ritorni nella profonda, fertile, accogliente umidità.
Gran cosa, le storie. Specie quelle epiche, dal finale col botto.

Nella foto: Castello di Almourol, Portogallo.
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