La libreria francese

aventure

Bonjour!
Il libraio de L’Aventure salutò, mentre varcavo la soglia senza pensare troppo al luogo in cui stavo per entrare. Per me, vent’anni e un amore giovane da inseguire, un posto valeva l’altro, purché ci fosse la certezza o l’illusione della presenza dell’amato bene.
Quando alzai gli occhi, mi accorsi che la libreria non assomigliava a nessuna di quelle che avevo visto fino a quel momento. Mi ero, letteralmente, lasciata alle spalle il mondo conosciuto per entrare, in punta di piedi e senza fare rumore, in un altro completamente diverso. Alle pareti, quadri di autori francesi, grandi nomi per me allora sconosciuti: Bilal, Jodorowski, Moebius, Hergé… mano nella mano di Guido, mi limitavo a seguirlo, osservando docile quel che incontrava il mio sguardo. Miniature di personaggi dei fumetti, libri e disegni ovunque. L’ambiente non era grande, eppure sembrava immenso, per via della ricca disposizione del materiale sui banchi. I colori erano delicati, le impalcature di legno chiaro e liscio. Ebbi l’impressione di trovarmi in un posto pieno di luce.
Bonjour. Avez vous le dernier livre de
Guido chiese qualcosa alla cassa e io non avevo la minima idea di cosa avesse detto. Sapevo che gli piacevano i fumetti, non che parlasse francese. Mi feci più piccola e timorosa, fino all’istante in cui posai lo sguardo su un peluche che mi tornò familiare.
Era grande. Era rosa. Era il Barbapapà che vedevo in televisione da bambina! Non sapevo fosse il personaggio di un fumetto francese.
Il libraio prese a guardarmi incuriosito.
– Lei legge fumetti?
Appariva avanti negli anni, l’espressione dolce dietro gli occhiali, una leggera barba bianca che non riusciva a nascondere il sorriso.
Non, elle est ici pour moi.
Guido rispose al mio posto, quindi si allontanò dal libraio per avvicinarsi al primo espositore. La sua mano si staccò dalla mia per aprire eleganti cartonati, sui quali allungai lo sguardo: vignette a colori, disegni che non riconoscevo, una lingua sconosciuta. Mi separai da lui, spinta dalla curiosità o dalla noia. Verso il fondo, una parete di legno raggruppava i libri per bambini. Cominciai a sfogliarli: si trattava delle favole che conoscevo bene, da Cenerentola al Brutto anatroccolo, accompagnate da illustrazioni che ne sottolineavano i punti salienti.
Un rumore attirò la mia attenzione: il libraio stava salendo la scala che portava a un soppalco. Scendendo, mi porse un libricino, tanto minuscolo da stare nel palmo della mano. I Barbapapà in francese, un tascabile per bambini.
– Se vuoi, prendi.
Mi disse in un italiano carezzevole e musicale. Sorrisi, non tanto per il regalo, quanto per le parole che, pur riconoscibili, al mio orecchio suonavano curiose per l’accento, il colore e la tonalità.
M-merci… – Balbettai. Poi sfogliai le pagine colorate, per nascondere l’imbarazzo.

*** *** ***

Tre anni dopo, passeggiando con le amiche, riconosco la via che mi si snoda davanti, da un angolo del corso principale. D’istinto, trovo una scusa e mi allontano dal gruppo. Pochi passi e sono davanti a L’Aventure. La libreria francese è al suo posto e in un lampo qualcosa si riaffaccia alla memoria: da quando, esattamente, come e perché non sto più con Guido?
Entro, sul filo dei ricordi. Le amiche mi hanno raggiunto e ora guardano stupefatte, aspettandomi fuori.
Bonjour – dico in un soffio. Questo, almeno, l’ho imparato.
Oltre la soglia, il mondo di pace, la dimensione raccolta, lontana dai rumori e dal chiasso della strada. Il libraio mi accoglie, identico a tre anni prima: lo sguardo dolce dietro gli occhiali, l’aspetto rassicurante e sornione. Il maglione di cashmire appare caldo e morbido. Al suo fianco c’è una signora sua coetanea, anche lei con gli occhiali, anche lei con l’espressione mite, i capelli bianchi e grigi. Un cliente, all’interno, gira la pagina di un libro.
Bonjour!
Annuisco e avverto i loro occhi seguirmi mentre mi aggiro per gli scaffali. Non so cosa sto cercando. Forse la mano di qualcuno che non c’è più, qualcuno che mi sono lasciata indietro. Scorrendo i titoli, riconosco alcuni nomi: Milo Manara, Hugo Pratt. Prendo un volume di Corto Maltese. Lo sfoglio: è in italiano. “Una ballata del mare salato”. L’ho già sentito.
La signora sistema tra gli scaffali, io vado alla cassa per chiedere il prezzo.
– Quest’edizione è… hm… preziosa – dice il libraio – ma questo puoi trovare in altre edisioni… hm… edizioni.
Si allontana per tornare con un volume piccolo come un quaderno.
Aprendolo, esclamo sorpresa:
– …ma è in francese!
– Oui, il francese è facìle.
– Purtroppo io non l’ho mai studiato a scuola.
– La scuola è importante. Io sono insegnante, sai? Storia e teatro. Però tu non impari solo a scuola. Io ho imparato l’italiano… – vedi?- a cinquant’anni.
Lo guardo con aria stupita. Dopo qualche domanda apprendo che si chiama Jacques e la moglie è Hélène. Sono entrambi insegnanti, Hélène lavora al liceo francese. Da quattro anni hanno aperto il negozio per diffondere la cultura della bande dessinée, che vuol dire fumetto in lingua francofona. I fumetti sono a colori, stampati in cartonati eleganti, non sono diversi dai libri e sono preziosi per la cultura, in Francia – mi spiega.
Acquistato il mio Pratt, lo ripongo in borsa. Saluto Jacques, dico che proverò a leggerlo. Uscendo, non faccio troppo caso all’aria interrogativa delle mie amiche.
Sul tardi, a casa, ritrovo il libro di cui mi ero ormai dimenticata e lo sfoglio. Con pazienza e attenzione, leggo i testi tra una vignetta e l’altra. Sì, mi sembra di capire qualcosa. Mi convinco che, qualche anno fa, questo gesto di girare pagina e incontrare una nuova lingua era rimasto a metà. Dev’essere la nostalgia del gesto incompiuto che mi ha attirato per la seconda volta nella libreria francese.

*** *** ***

Quando varco di nuovo la soglia de L’Aventure, è già passato un anno.
Bonjour! Comment ça va?
Bonjour! Très bien, merci. Et vous?
Bien, merci.
La vergogna mi impedisce di avventurarmi oltre. Il mio francese è ancora impacciato, è solo un anno che ho cominciato il corso per principianti. Ho scoperto che mi piace, questa lingua. E in verità, non solo la lingua: piano piano, lezione dopo lezione, mi sono accorta che ogni parola ha un significato che mi si rivela come nuovo. D’un tratto, vedo il mondo con occhi diversi. È un’autentica rivelazione: apprendere è straordinario! Il bello è che, essendo una studentessa, una tale conquista credevo di averla già archiviata. E invece ho realizzato di aver letto i libri perché qualcuno mi diceva di farlo. Leggevo anche per mio piacere, certo, ma con scarsa convinzione. Dentro di me, in fondo non potevo fare a meno di pensare: a che serve?
A che serve questo libro? A che serve imparare una lingua, se non pensi di andare all’estero? A che serve conoscere questa storia, questo autore, questo film, se all’università devi seguire i corsi di matematica e fisica? Arrendersi al nulla, alla rassegnazione, al vuoto, è così facile. Non avevo idea di quanto cambiasse il mondo, cambiare se stessi. Non sospettavo che imparare per il puro piacere di farlo, senza necessità apparente, riuscisse tanto appagante. Eppure è stupido camminare, se hai ali fatte per volare. Non ci pensiamo mai.
Un po’ in francese e un po’ in italiano, mi faccio consigliare da Jacques, che è un pozzo senza fine: mi parla di film e libri di cui poi chiedo il prestito in biblioteca. Non ho troppi soldi, la mia famiglia non è ricca e fatica per mantenermi all’università, però qualche volta un libro riesco ad acquistarlo ugualmente. Mi sono innamorata di Persepolis di Marjane Satrapi, che parla della condizione della donna in Iran, attraverso un linguaggio semplice, ironico e accattivante. Mi ha fatto pensare parecchio alla necessità di dover lasciare il proprio paese per ragioni politiche. In definitiva: che cosa significa avere una coscienza politica? Essere cittadini? Partecipare alla vita della comunità?
Per ragioni che non so spiegare, non ho mai parlato di certi argomenti, in famiglia o con i coetanei. Cose come la politica, la società, il mondo in cui viviamo, le ho sempre credute estranee alla mia persona. Per quale motivo pensavo di esserne fuori, se invece c’ero dentro?
Grazie a Jacques, ho conosciuto l’Eternauta, Maus, le opere di Jiro Taniguchi, il Garage ermetico di Moebius, ma anche La principessa di Clèves di M.me La Fayette, Stupeur et tremblements di Amélie Nothomb e Nana di Zola, che ora mi fa compagnia prima di andare a dormire. Non sarebbe esagerato affermare che si è creata una vera e propria rivoluzione in me, perché non è solo la cultura francese ad attirare il mio interesse. Sono diventata curiosa di tutto, dei piatti che prepara la mia amica libanese, della storia del suo paese, di quella del mio. Interessandoci dell’altro, scopriamo noi stessi.
Jacques sorride, facendo di sì con la testa. Per questo è diventato libraio, mi dice.

*** *** ***

Non riesco a ricordare da quanti anni non entravo nella libreria francese.
Una volta all’interno, stento a riconoscerla: i quadri sono spariti, spariti i peluche, i modellini, i dvd, le ceste con i libri in offerta. Nonostante abbia saputo per caso, navigando in rete, che L’Aventure stava per chiudere, lo shock è tale che all’inizio nemmeno lo vedo, Jacques. Infine mi accorgo di lui, dello sguardo sereno e del suo modo aperto, accogliente, che fa sentire a casa. Provo a parlargli in francese… non ci riesco. È qualche anno che non mi esercito, non mi viene naturale. Jacques mi aiuta, parlando in italiano:
– Oggi chiudiamo. Le vendite negli ultimi tempi non vanno bene, i clienti preferiscono comprare online e noi non possiamo permetterci quegli sconti.
Mentre parla, mi viene da pensare che pure io, di recente, ricorro di frequente al Web per i miei acquisti. Jacques nota l’espressione colpevole sul mio viso, e con la consueta gentilezza aggiunge:
– Non è solo questo il motivo. Io e Hélène non vogliamo invecchiare in Italia. Anche se siamo di Parigi, abbiamo amici in Provenza che ci aspettano. La scadenza del contratto d’affitto del locale ha fatto decidere, ma non ci aspettavamo che nessuno rilevasse la libreria…
Rompo gli indugi e lo abbraccio. Credo di averlo sempre voluto fare, per ringraziarlo. Dalle labbra non mi esce altro: grazie e arrivederci. Lui capisce, non c’è bisogno di aggiungere nulla. Dopo essermi staccata, mi guardo intorno, desolata. Cerco qualcosa, un oggetto che mi faccia ricordare questo momento, che mi aiuti a dargli un senso. In un cesto qualcosa attira la mia attenzione. Un pupazzo di gomma. Rosa. Ovale. Barbapapà.
Jacques annuisce: il pupazzo è in offerta, svendono quel che è rimasto, pochi euro e via. Faccio il mio acquisto e gli auguro tutto il bene che si merita, che si meritano. Vorrei abbracciarlo ancora, però poi non riuscirei a staccarmi, perciò esco.
Una volta fuori, mi giro a guardare l’insegna e non mi capacito del tempo scivolato tra le dita. Quand’è che ho smesso di cercare, di svegliarmi con la curiosità negli occhi? Sono stati gli obblighi, le responsabilità, il lavoro, la famiglia, certo. Eppure, dentro di me, niente si era davvero spento, perché sapevo che in quel vicolo L’Aventure restava ad aspettarmi, e bastava questo a rendermi tranquilla.
Qui c’era per me un sorriso, un sostegno, una spinta verso il futuro. Ora che quella sicurezza viene a mancare, mi sento vacillare, un grumo di rimpianto dentro. Stringo il pupazzo tra le dita, mi sforzo di inghiottire le lacrime. So che adesso sta a me, soltanto a me, illuminarmi il cammino. Perché quando le luci si spengono, occorre diventare luce, se non si vuole vivere nel buio.

 

Racconto edito nell’antologia “Cultora” Terza edizione del Concorso Letterario (Historica edizioni), Dicembre 2016.

Dedicato a L’Aventure, che un tempo non lontano illuminava via del Vantaggio, a Roma.

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