Più leggero di una piuma

bast

Cose piccole si muovono nel buio, all’ombra della Piramide Cestia.
In quel luogo che da sempre è il prediletto per gatti e gattari di Roma, si raduna la moltitudine felina nell’ora riservata al cibo e alle carezze di nonna Franca, eterna vecchina votata ai gatti di strada.
Si era ai principi di Novembre e qualcosa di insolito stava per accadere, nella stradina tappezzata di foglie gialle spalmate sull’asfalto.
La brava nonnina, circondata da persistenti miagolii, se ne accorse subito. Doveva trattarsi di un odore impercettibile nell’aria, un rumore silenzioso che avanzava, scuotendo all’unisono le orecchie dei gatti, agitando le vibrisse, costringendo le zampe a muoversi e allontanarsi verso il muro, per fare spazio nel centro della via.
La vecchia era già in allarme, quando la vide.
Si trattava di uno splendore a quattro zampe, il cui passo felpato procedeva con andamento regale, il dorso sinuoso, gli occhi di giada arancione, la peluria lucente come un mantello lunare.
La gatta misteriosa si avvicinò ai bocconcini portati da nonna Franca e se ne nutrì lentamente, sotto lo sguardo ammirato della vecchia che non osava fare un passo verso di lei. Qualcosa impediva all’anziana di allungare la mano per carezzare il pelo che prometteva una morbidezza senza pari. Ebbe appena la forza di chiedere tra sé e sé:
“E tu, da dove spunti?”.
Finito il pasto, la misteriosa presenza si diresse verso il cancello del cimitero acattolico e, balzando elegantemente oltre il muro, sparì, lasciando i suoi simili e la donna alle rispettive, consuete attività.

La gatta bianca mosse tra le lapidi di marmo e i cespugli indisciplinati delle rose, fino a che si fermò dinanzi alla statua di un angelo dall’aspetto immacolato. L’espressione ieratica e la posizione trionfante dell’alato messaggero non lasciavano dubbi: il posto risultava ideale per un bisognino.
Mentre adempiva alle sue necessità e adocchiava un tappeto di foglie secche da utilizzare quale giaciglio per la notte, la gatta fu sorpresa da una voce che proveniva dal retro della statua:
– Signora degnissima di essere venerata! Sono trascorsi mille anni per quattro e cinque volte, non sufficienti tuttavia perché potessi dimenticarmi della maestà vostra, del passo leggero, del profumo celeste che ora mi inebria, come già un tempo, presso le acacie del Nilo.
Il felino aguzzò gli occhi, alla ricerca del suo interlocutore. Una figura muoveva nell’ombra, restando indistinta fino a quando si portò sotto la luce lunare. Allora si offrì alla vista la sagoma goffa e sgraziata di un nano dalla barba a ventaglio, avvolto dai cenci che gli cadevano da ogni parte.
La gatta non ebbe difficoltà a riconoscerlo:
– Sei tu, Bes? Il protettore della casa e del focolare? Colui che ama gli scherzi e i motteggi?
– Sì, mia Bastet, signora dei gatti e della luna. Certo, in tempi più fortunati, ci saremmo presentati in altre e più sontuose vesti. Eppure sono lieto del nostro incontro e anzi lo credo voluto dal destino, visto che or ora mi sono destato da un sogno apparso quale enigma di cui voi, con ogni probabilità, possedete la chiave.
– Da cosa lo deduci? Nemmeno in passato ero solita sciogliere enigmi.
– Ascoltatemi e capirete. Ricordate certo il tempo glorioso di Thutmose I e l’antica città di Lunet. Lì abitava un giovinetto che visitavo spesso, poiché aveva nella casa una statuetta di terracotta che mi raffigurava. Il suo nome era Kaphiri e studiava per diventare scriba. I dorsi delle sue mani erano sempre rossi a causa delle vergate del mentore, il quale credo agisse più per gelosia che per autentica volontà di correggerlo. Il giovane, infatti, mostrava i germogli di grandi doti che lo avrebbero portato a maturare uno stile elegante nei raffinati geroglifici che sapeva riprodurre di suo pugno.
– Non mi sovviene di uno scriba a nome Kaphiri.
– Eppure una volta ricordo bene di avervi visto vicino alla sua casa. Avevate questa stessa forma e vi aggiravate al fianco di una fanciulla coetanea del giovanetto di cui ho parlato. Il nome di lei, bella più di un fiore, era Nailah!
– Miao!
Bastet aveva miagolato per la sorpresa. Certo che la ricordava, la dolce Nailah e il tocco delicato delle sue carezze! Bes fece una smorfia di soddisfazione.
– Ecco, vedete, la memoria vi viene in soccorso! Non credo di sbagliare se affermo che a voi la piccola Nailah doveva essere cara, così come caro divenne per me Kaphiri, sempre attento alle persone e alle cose attorno a sé. Ogni giorno il suo primo pensiero era quello di affacciarsi alla porta d’ingresso della propria abitazione…
– Pratica insolita.
– Insolita, vero. Il fatto è che di tanto in tanto, capite, qualcuno lasciava dietro quella porta dei… rotoli di papiro, e della migliore qualità!
Bastet si fece muta e attenta, limitandosi ad ascoltare quanto Bes aveva da dire.
– Il ragazzo attendeva ai suoi doveri, studiando scrupolosamente. Ma posso farmi testimone di certi momenti, nella giornata, in cui appariva malinconico e incapace di concentrazione. Fissava la porta d’ingresso con, direi, un senso di aspettativa, poi si costringeva a tornare ai suoi studi. Credo che una o due volte ogni tre mesi ricorressero i giorni in cui i rotoli erano posti accanto alla porta. Lui, dopo averli trovati, andava a riporli in una cassa all’interno della casa. Allora la sua gioia si capiva dai sospiri, che si affollavano numerosi tra le sue labbra. Questi doni silenziosi proseguirono per circa due anni; quindi si interruppero in modo misterioso, quanto misteriosamente erano apparsi…
Bastet aveva chinato il capo, prima che Bes concludesse la storia:
– Il ragazzo si intristì, non sapendo il perché quella gradita consuetudine si fosse interrotta, perciò appariva distratto al maestro, che più crudelmente lo puniva. Trascorso un anno, Kaphiri prese tutti i rotoli di papiro ricevuti in dono, togliendoli dalla cassa…
– E cosa ne fece?
– Lo dirò dopo che avrete narrato la vostra parte. Voi conoscevate il donatore di papiri, vero?
Bastet si leccò la coda a lungo, riflettendo se andarsene o restare.
Infine disse:
– Dal momento che desidero apprendere la fine della tua storia, racconterò la mia. Giustamente, hai detto di avermi visto una volta al fianco di una fanciulla a nome Nailah. Come hai indovinato, era proprio lei a lasciare i rotoli di papiro presso la porta. Era lei a raccogliere le piante dalle sponde del Nilo, ne estraeva il midollo e ne ricavava i fogli. Si trattava di un lavoro lungo, che poteva fare solo la mattina, svegliandosi prima dell’orario stabilito per i lavori di casa. Essendo la figlia di un umile artigiano, la sua abilità manuale era grande. Nonostante la sera si coricasse stanca, col sorgere del sole seguente, obbedendo a una voce interiore, si alzava dalla sua stuoia sul pavimento in terra battuta, tirando via l’unico lenzuolo di lino da lei posseduto. Sapevo che i papiri li faceva per uno scriba, ma non conoscevo il nome di lui. Non so quando si fossero conosciuti; è tuttavia chiaro che i cuori di entrambi, da quanto mi hai detto, battevano all’unisono.
– Dunque avevo indovinato l’identità del misterioso donatore. Perché la bella Nailah interruppe all’improvviso quella consuetudine?
– Non lo immagini? Ella morì presso il Nilo, un giorno che si era recata presso il guado paludoso dove era solita tagliare le piante necessarie. Lì Sobek mandò uno dei suoi figli: il coccodrillo la attaccò ed ebbe presto la meglio sul corpo esile della ragazza.
– Che disgrazia!
– Sobek non avrebbe dovuto farlo. Nailah era fedele a me, non a lui, sicché a suo tempo io mi presi la mia vendetta. – Bastet spalancò la bocca per mostrare i canini aguzzi – Ora, però, finisci la tua storia.
– Sappi che Kaphiri, trascorso un anno, aveva concluso l’apprendistato e aveva portato i papiri ricevuti da Nailah nella Casa della Vita. Quei papiri non vennero da lui utilizzati per la contabilità, ma per un diverso scopo. Da quel che riuscii a sbirciare, so che scrisse un romanzo, un romanzo che parlava dell’amore tra uno scriba e la figlia di un artigiano. Una volta finito, i papiri di Nailah pure erano terminati. Allora Kaphiri si ammalò di un male che in breve lo divorò. Lasciò scritto che i rotoli venissero riposti con lui nella tomba.
– Che fine triste. Coltivare un bocciolo destinato a non fiorire mai…
– Non in questo mondo, almeno.
Una terza figura aveva pronunciato queste ultime parole, una figura che si era avvicinata senza che i due potessero accorgersene. E adesso il cane, dal manto di notte e gli occhi bui, non esitò a intervenire:
– In realtà, dopo il termine della vita si è compiuto il loro destino.
– Non mi ero accorta che ti fossi unito a noi, Anubi!
Bastet arretrò, di nuovo incerta se allontanarsi o restare.
– Eppure è mia consuetudine aggirarmi nei luoghi di morte. Non vuoi apprendere la vera fine di quei due sfortunati?
Bastet e Bes non nascosero la curiosità negli sguardi.
– Non esiste mistero più grande della morte. La morte può risanare ciò che la vita ha ferito, poiché è luogo di massima giustizia. Il Ba, lo spirito di Nailah fu il primo a raggiungere il luogo del giudizio, io l’accompagnai e assistetti alla cerimonia. Alla presenza di Osiride, mentre Toth annotava quanto accadeva, fu posto il suo cuore sul piatto della bilancia. Quel cuore di uccellino risultò assai più leggero di una piuma: ella fu quindi dichiarata giusta ed ebbe l’accesso al regno dei morti. Passato qualche tempo, venne il giovane Kaphiri. Ricordo la sua aria grave eppure serena. Quando venne il momento di pesare il cuore, egli pose sul piatto della bilancia i rotoli di papiro deposti nella tomba con sé. Osiride si indignò ma Toth, calmo, disse che nel rotolo di papiro è custodito il cuore dello scriba. La bilancia gli diede ragione: i rotoli, più leggeri della piuma, gli aprirono le porte del regno dei morti. E qui non faticai a riconoscere, sulla soglia, il Ba di Nailah, a cui il giovane si ricongiunse, allontanandosi nel mondo che unisce ciò che la vita divide.
Bast e Bes rimasero immobili, mentre Anubi continuava a parlare.
– E perché dunque, fratelli miei, ancora noi ci ostiniamo a percorrere le strade consumate dai passi, le città svuotate dello spirito divino, lontani dall’epoca in cui eravamo adorati quali le divinità che siamo? Poniamo fine a questa esistenza, che è troppo chiamare vita, per unirci alle anime di coloro che ci hanno preceduto…
Anubi allora si rese conto che non c’erano già più né Bes né Bastet ad ascoltarlo, e l’unico rumore percepibile era quello delle foglie dei frassini agitati dal vento.
Il sorriso della luna riempiva il cielo, le stelle brillavano tremolanti e l’aria fredda benediceva il passo di chi, camminando, avvertiva caldo il proprio respiro, senza spiegarsi perché sentisse il cuore farsi leggero.
Il cane emise un mugolio rassegnato, prima di sparire anche lui, come gli altri, ombra tra le ombre.

Racconto finalista nel Marzo 2016 del concorso “Historiae Aegypti: racconti lungo il Nilo”, organizzato nell’ambito del progetto “Egitto Veneto”, coordinato dall’Università degli Studi di Padova e dall’Università Ca’ Foscari di Venezia.
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