L’oro dell’oriente

marcopolo

Shang-Du, 15 Giugno 1275

Un passo nel meraviglioso padiglione sospeso sui bambù, e ai tre mercanti venuti dall’Occidente parve di essere usciti dal deserto per mettere piede in un sogno. Condotti dai servi alla presenza del signore dei signori della Cina, i tre uomini si inginocchiarono per rendergli omaggio; a lui avevano promesso, anni addietro, di tornare e consegnare in dono quanto il sovrano aveva richiesto. Per onorare tale impegno erano occorsi quattro anni e innumerevoli sacrifici, perché il viaggio li aveva strappati da Venezia per portarli nei territori della Siria, poi in Persia e infine nel Catai.
Il sovrano, seduto sul trono a pochi metri da loro, ascoltava con vivo interesse il resoconto del viaggio e approvava col capo: era basso e tozzo e, a dispetto della raffinatezza che lo circondava, i tratti del viso apparivano duri, gli occhi simili a pezzi di ardesia incapace di bruciare. I gesti del Khan non avevano perso la ruvidità della steppa mongola e le gambe sembravano chiedere nient’altro che un cavallo per correre lontano, così come le mani forti non avrebbero esitato a impugnare un arco. Avvolto nelle vesti lucide e leggere, mostrò curiosità verso uno dei visitatori.
« Chi è quel ragazzo che a stento riesce a sedersi correttamente? »
Il giovane lo guardò con stupita gratitudine, muovendo i ricci ribelli che poco prima, nel padiglione adibito ai lavacri, aveva faticato a disciplinare.
« Io? Io sono Marco! Marco Polo! »
Niccolò si volse indietro per intimargli di mostrare rispetto e di non agitarsi davanti al Khan, quindi lo presentò:
« Si tratta di mio figlio Marco, signore. Perdonate i suoi modi, è molto giovane. »
Il Khan apparve divertito dalla disinvoltura del ragazzo.
« Mi piacciono i suoi occhi puliti. Dimmi, Marco, ho notato che osservi tutto con vivo interesse. Che cosa attira maggiormente il tuo sguardo? »
Marco arrossì, prima che le sue parole fossero tradotte dal padre.
« Tutto mi piace, di quello che vedo. La ricchezza delle vesti, e il modo di portarle, e il loro stesso taglio. I tessuti, l’abbinamento inusuale dei colori. Gli oggetti e il modo in cui sono disposti nell’ambiente… il numero dei servitori e le regole della casa… le decorazioni alle pareti raffigurano uccelli e animali che non ho mai visto… tutto ha un significato misterioso, tutto è diverso da quel che ho conosciuto finora, tanto a Venezia quanto durante il mio viaggio. »
« Dev’essere stato un viaggio difficile, oltre che lungo. »
« Lo è stato. Eppure per me, che avevo sempre vissuto a Venezia, ha rappresentato un’avventura ricca di scoperte magnifiche e straordinarie. »
« Egli annota quel che vede in un suo quaderno, su cui impiega delle ore. »
Udendo le parole di Niccolò, Kubilai Khan esaminò il ragazzo con rinnovata attenzione.
« Mi piacerebbe sapere, Marco, quale di queste “scoperte” ha rapito il tuo animo. »
« L’amianto, per esempio: si dice ricavato dalla pelle della salamandra, mentre ora so che è un minerale estratto da una regione della Cina. E in Persia, presso la tomba dei Magi, ci sono pozzi in cui l’acqua prende fuoco senza mai spegnersi. Inoltre, grazie ai vostri sassi neri che bruciano, è possibile lavarsi il corpo in vasche di acqua calda… »
« Quale ricchezza del mio impero, dunque, ritieni superiore alle altre? »
Il ragazzo stette un po’ a riflettere, poi rispose:
« Non so scegliere, signore. Credo sia impossibile farlo, tante sono. E chissà quante ancora non conosco! »
« Sei saggio, ragazzo. Mi servirai bene, come già tuo padre e tuo zio prima di te e, il giorno che vorrai ripartire, nuovamente ti chiederò di scegliere ciò che di più prezioso esiste nel mio regno. Per fartene dono. »
Alla proposta inaspettata del Khan, Marco sorrise.

*** *** ***

Venezia, 13 Settembre 1295

« Ora che ci hai riferito le parole del Khan, Marco, soddisfa la nostra curiosità: quale tra le ricchezze che hai portato dall’Oriente – ori, tessuti, pietre – è il tesoro ricevuto dal signore della Cina? »
Mentre la domanda del Doge echeggiava nell’ampia sala del palazzo, l’uomo era rimasto in silenzio, stringendo il suo taccuino. Poi, d’un tratto, alzò la testa. Possibile che i nobili veneziani, abituati al lusso e alla ricchezza, si interessassero soltanto di altri lussi e ricchezze, anziché delle scoperte fatte in quel viaggio straordinario?
Nel rispondere, le sue parole si sparsero nella stanza come le onde del mare nel momento della bonaccia, pronte a sollevarsi un momento dopo, agitate da un improvviso fortunale.
« Ventiquattr’anni. Ventiquattr’anni da non potersi ben dire se adesso io sia più mongolo o veneziano. Certo, com’è naturale, sono consapevole di essere veneziano, e di dover servire la città del cui patrono porto il nome. Eppure ho solcato i mari e misurato le terre con l’ampiezza dei miei passi, ho osservato la diversità dei costumi dei popoli e considerato con i miei occhi la mostruosità degli animali fantastici. Finora, di tutte le meraviglie di cui Dio mi ha concesso di essere testimone, ho qui riportato quelle che meglio suscitarono il mio stupore: degli unicorni che, avendo pelo di bufalo, hanno più l’apparenza di un’orrenda bestia che di un candido capriolo, contrariamente a quanto è scritto nei nostri libri; dell’amianto, ho pure asserito che… »
« Dell’amianto e dell’unicorno abbiamo udito abbastanza. Vorremmo invece che tu ci parlassi dei tesori preziosi del Khan. »
« Ho già detto che egli ne ha quante più non è possibile che alcuno abbia su questa terra. Possiede palazzi sì belli e maestosi, con mura ricoperte d’oro e dipinti alle pareti di draghi colorati, che a Cambaluc, dalle mura inespugnabili, arrivano non meno di mille carrettate di seta ogni giorno! »
« Ecco, ci piacerebbe sentire il tuo parere, sulla possibilità che quelle terre si possano da noi conquistare.»
« Tale domanda – e qui la voce si ingrossò – io darò a intendere di non avere inteso. No, certamente mi ripugna che quel popolo così accogliente abbia a patire qualche danno da noi cristiani. »
« Tuttavia, per riprendere le tue stesse parole, essi non sono cristiani, essendo poco più che barbari. »
L’espressione di Marco si fece cupa.
« Siate pur certi che la macchina bellica del Khan non è cosa con cui sia possibile rivaleggiare. Ricordo la determinazione dei soldati, i sassi neri che bruciano, la cartamoneta che viene incontro in ogni momento e luogo ai commerci. Si aggiunga che non ho alcun motivo per ritentare l’impresa e tornare in quei luoghi. Di ricchezza, ne abbiamo messa insieme abbastanza, noi Polo. Da parte mia, non tornerò nel Catai – aggiunse sottovoce – per quanto mi manchi. »
La risposta del Doge seguì rapida e quieta.
« Marco, non vi adirate. Cercate di capire che per noi ascoltarvi equivale a solleticare la nostra curiosità. Ed è naturale che dei cristiani ambiscano a fare di terre pagane e selvagge il regno dell’ordine, assecondando il volere di nostro Signore. »
Il viaggiatore rispose con voce rassegnata.
« Rimpiango la pax mongolica, la pace che garantisce a tutti la libertà del proprio culto e rende sicura la Via della Seta. Mi sentivo più rispettato in quei luoghi, tra quei pagani, che tra questi bravi cristiani, i quali spiano le mie vesti, indagano i miei modi e criticano il mio accento imbastardito. Non trovo motivo migliore per cui, Serenissimo Principe, prendere congedo. »
Al Doge e ai gran Signori di Venezia Marco girò le spalle, inquietato dal timore di aver acceso, con le sue narrazioni fantastiche, una scintilla difficile da estinguere nei loro cupidi appetiti.
Egli tornò quindi ai suoi passi e ai suoi dubbi per le calli di Venezia, domandandosi se quei ciottoli che calpestava erano gli stessi che aveva calcato un quarto di secolo addietro. Perché sembravano affatto nuovi ai suoi piedi?
Tirò un sospiro e alzò lo sguardo, cercando il mare con gli occhi. Trovatolo, fissò l’orizzonte lontano. Là, dove sorge il sole.

certamenteviaggiare

Racconto pubblicato nel Giugno 2016 nell’antologia “Certamente Viaggiare”, Alcheringa edizioni. Antologia disponibile per l’acquisto qui.
Nell’immagine: Marco Polo, NHK e Madhouse, 1979.
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