Il sapore aspro e dolce degli aranci

DCF 1.0

Il giardino degli aranci dorme in un silenzio immobile. Un ruscello attende nel gelo di cristallo, il prato nasconde i tesori di cui è ricco, la brina ricopre tronchi nudi e rami freddolosi, carichi del peso dei ricordi di passate stagioni.

La visione si ripete ogni mattina, quasi un rito che precede il risveglio.
Michele non sa se quel sogno è una fantasia o una memoria lontana. Sa che deve alzarsi e vestirsi in fretta, da quando Lei è tornata.
Le ginocchia sbucciate fanno male al momento di spingere il pedale della bici. Una volta a scuola, anziché entrare in classe, passa dal bagno. Si guarda allo specchio asciugandosi il moccio e si dà un voto. La soglia di accettabilità si ferma al sei. Se il voto è più alto, salterà le lezioni o attaccherà briga con i compagni, che non si chiedono come mai sia gonfio ancor prima di cominciare. Lui sa provocarli ad arte per farsi picchiare, anche se loro non ne hanno voglia né intenzione.
Michele ha tredici anni ed è un tipo taciturno. Non si lamenta, non grida, non parla troppo con nessuno. Rimastica e sputa un sapore amaro in bocca, aggrappandosi coi gomiti scorticati a un relitto di speranza nei giorni senza sole.
Col tempo ha imparato a nascondersi, a farsi piccolo, a sparire negli armadi e sotto i letti. Lei, però, è più brava. Va in cerca del bambino se il padre, il guardiano fedele, è assente da casa. Per questo bisogna essere lesti, non farsi trovare, diventare invisibili.
Tuttavia, non esiste al mondo nascondiglio che possa dirsi sicuro. Allora Michele chiude gli occhi e serra i denti, finché infuria il temporale. Lo fa perché è un ragazzo coraggioso e i lividi spariscono, ed è facile dire che sono gli amici a pestarlo, a fargli un occhio nero, a graffiarlo a sangue, a spaccargli il labbro.

Michele è un soldato che resiste sul campo, serra i denti. Però oggi, sotto la tempesta, libera un urlo che gli sale dentro:
– Smettila, smettila… mamma!
L’abbraccia forte e sente qualcosa spezzarsi e sciogliersi. Non si ricorda se lo aveva detto mai, quel suono, la parola facile degli altri bambini.
Pensa che se ha resistito tanto, in fondo, non lo ha fatto per un altro, ma per se stesso.
Lei si blocca e il figlio avverte un rumore di ghiaccio che si rompe, di un germoglio che sale a fatica, o forse è un’impressione, forse è solo uno stupido stupido errore. Il padre entra in casa e in un respiro cattura l’istante in cui il bambino si stringe alla madre, immobile e rigida.
Michele non ha paura, serra i denti.
Ha la forza di sognare il sapore aspro e dolce degli aranci che aspettano, in un luogo caldo e amico, nel fondo di un giardino innevato.

Racconto inedito
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