Trenta volte il diametro terrestre

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Il cobalto del cielo è attraversato da un aeroplanino di carta. A tratti mi raggiungono gli schizzi dell’innaffiatoio automatico. In sottofondo, un placido russare.
I ricordi felici dell’infanzia sono rifugi per tutta la vita. Per questo visito ancora nella memoria certi pomeriggi assolati quando, in fuga dalle prediche materne, con furia d’attrazione quasi gravitazionale mi tuffavo nel Mare della Tranquillità, a portata di un centinaio di metri da casa. Allora mi sdraiavo sull’erba, socchiudevo gli occhi e distendevo il mio corpo. Sopra di me, il blu senza confini. Sotto di me, i muschi odorosi, gli incessanti formicolii, il profumo di aghifoglie gravide di rugiada.
Mi trovavo nel giardino degli Ockels.

Proprio una famiglia strana, quella degli Ockels. Li chiamavano i Matti.
Non tanto perché la casa sembrasse un razzo che puntava verso l’infinito o perché Split-Spitz, il volpino bianco, fosse capace di trenta acrobazie applicate in successione. Si trattava dell’approccio che i suoi membri avevano verso la vita. La loro attitudine al volo.
Buz era il capofamiglia, astronauta mancato, come si definiva lui. Si faceva chiamare Buz, perché Buzz era il secondo uomo sulla Luna e lui non era che uno dei tanti che avrebbe voluto provarci ma non aveva mai avuto il coraggio di farlo. Tutto quello cui aspirava era circumnavigare attorno alle aiuole dei tulipani, inzaccherato in un grembiule come in una tuta spaziale, la pompa dell’acqua in mano.
Della madre, Winnifred, ciò che conoscevo meglio era la pianta del piede destro. Mi sentivo il cartografo esperto delle sue linee, le sue unghie lunghe e laccate di rosso elette a colonne d’Ercole. Lei era sempre sdraiata in brandina, una gamba sull’altra, sonnecchiava con il suo piede in bella vista. Dormiva un sonno perfetto. L’ozio è il padre dei vizi, ed è con evidenza crassa anche il figlio della felicità. Winny stava a Buz come la Terra sta alla Luna: trenta giri di diametro per un incontro ravvicinato. Orbite eternamente ellittiche.
Il mio preferito della famiglia, però, era Gottfried. Aveva vent’anni, puzzava di piscio e trasudava genialità. Un sorriso da eterno bambino stampato in faccia e una passione non troppo nascosta per gli scarafaggi. Anche se l’avevano cacciato da scuola un migliaio di volte, ne sapeva a pacchi lo stesso. Sapeva come far fare alle api un nido nell’armadio e che la femmina dell’afide può generare in un mese milioni di discendenti. Con qualsiasi materiale ci costruiva velivoli, nelle sue mani tutto prendeva una forma aerodinamica.
Qualche anno dopo che ci eravamo trasferiti, qualcuno mi disse che si era buttato dalla finestra della sua camera al secondo piano, quella da cui lanciava i suoi aerei fatti di sogni bianchi. Un ultimo volo quaggiù, un volo eterno lassù, deve aver pensato.
Era un po’ un mistero come facesse la famiglia a mantenersi: forse avevano una pensione di invalidità per Gottfried, forse vendevano quei loro grossi tulipani.
Di certo erano gli Ockels. Li chiamavano i Matti. Ed erano le persone più felici che tu potessi incontrare.

Racconto inedito. Nella foto: Johnny Depp e Helena Bonham Carter in “Sweeney Todd”.
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