Nero come la neve

nerocomelaneve

Aprile 1945.
Sapevamo che c’era la guerra, che esistevano il male e l’orrore.
Eppure la guerra, il male e l’orrore ci apparivano quali favole remote, incapaci di raggiungerci, perché sull’Appenzell non c’erano che spesse coltri di neve in inverno e un mare d’erba punteggiato da anemoni e violette in estate. La guerra si riduceva a frammenti di suoni trasmessi da radio instabili, suoni che non potevano toccarci, noi che avevamo trascorso l’infanzia seppellite nella neve dell’Appenzell, noi che sbocciavamo in un’adolescenza educata nelle tristi primavere dell’istituto Rosenberg, nel cui recinto eravamo state disposte da madri previdenti e padri facoltosi.
Le giornate, al Rosenberg, si traducevano nel riflesso ripetuto all’infinito dei medesimi rituali, dalla sera alla mattina. Le ore del giorno scivolavano scandite dai passi immacolati delle Mater per i corridoi, dalle dita che tamburellavano nervose sui corrimano di legno, dalle ispezioni delle sorveglianti che vigilavano sull’ordine delle pieghe dei vestiti, riposti a mo’ di divise negli armadi.
Le giornate, al Rosenberg, scorrevano uniformi e leggere, senza lasciare tracce se non nei gesti delle educande, destinate a perdere negli anni vivacità e freschezza.
Fino a quel giorno di metà Aprile, in cui imparammo che esistono giornate diverse.
Giornate in cui una collegiale bella ed elegante come una bambola francese, un’allieva dagli occhi di smeraldo e dalla pelle ambrata, un gioiello destinato a una vita sfolgorante, sparisce nel buio e nel nulla.
Angelique, la bella Angelique, nessuno la vide più da quel giorno.
Quella notte stessa, io feci un sogno.

*** *** ***

– Louise, guarda cos’ho qui!
Benché il sole fosse tramontato da un pezzo, il sorriso di Belle illuminava come estate piena nel cuore dell’inverno. Mi guardò abbagliandomi con i suoi occhi verdi, mentre io abbassavo i miei, di un nocciola assai più comune.
Nelle sue mani, aperte, comparve un mazzo di chiavi.
– Dove l’hai trovato?
Belle avrebbe voluto atteggiarsi a misteriosa, con le labbra corrucciate, ma il gioco non poteva riuscire: lei stessa moriva dalla voglia di rivelare il suo segreto.
– Ricordi la passeggiata, quella che faccio verso le sei, prima di tornare in camera e prepararmi per le lezioni? Ti ho raccontato del laghetto e della collina delle lepri? Ecco, lì vicino ho scoperto delle orme questa mattina, nella neve. Grandi e profonde. Le ho seguite e allora ho visto un corvo. Un enorme, gigantesco corvo nero che si muoveva in tutta quella neve come una macchia d’inchiostro. Nel momento in cui mi ha visto, però, si è levato in volo e io l’ho seguito finché ho potuto… sono finita in un cespuglio. Ed è lì che l’ho trovato, il mazzo. Qualcuno deve averlo perso.
Presi le chiavi per esaminarle. Erano numerose, per lo più di un unico tipo, minuto e stretto. Qualche chiave di misura superiore, dalla dentellatura elaborata. Infine, tre enormi chiavi di ferro pesante, di fattura grezza. Una, in particolar modo, aveva un anello rosso attorno all’impugnatura.
– Le chiavi più piccole sono uguali a quelle delle nostre camere… – riflettei ad alta voce.
– L’ho pensato anch’io! – mi fece eco lei, accompagnando le parole con quella risata argentina che aveva il potere di lasciarmi senza fiato, proprio come la prima volta che l’avevo sentita.
L’anno precedente, Belle aveva fatto il suo ingresso nel refettorio vestita di bianco, con le chiome nere che esaltavano l’incarnato di porcellana. Mi incantai a guardarla da lontano, consapevole che non avrei mai osato avvicinarmi. Fu lei invece a notarmi, a venire da me, a prendermi per mano, segnando attimi di incontenibile emozione.
Sebbene fossero trascorsi pochi mesi, sentivo di conoscerla da sempre e oramai, al Rosenberg, le altre allieve ci consideravano “fidanzate”. È così che dicevano, quando si formava una coppia di amiche.
Fidanzate. Io avevo quindici anni e una vaga idea di cosa significasse quella parola. Fin da piccola ero stata allevata in collegio, tra ragazze. Di fatto, non avevo occasione di fare esperienza dell’altro sesso, però sapevo che aveva a che fare con cose che le Mater dell’istituto non permettevano di nominare apertamente. Eppure c’era, tra le studentesse più mature, chi si sentiva già esperta, perché durante le vacanze estive era stata ospite a Vienna o a Berlino, presso le famiglie dei Capi del Partito, e vantava grandi e peccaminose avventure. In verità Belle, che per tutti era Isabelle, socchiudendo gli occhi durante quei racconti, annuiva, mostrando di comprendere. Io, d’altro canto, rimanevo avvolta nel mio bozzolo di ingenuità infantile.
Anche in quell’occasione, fu lei ad avanzare una proposta per me inimmaginabile:
– Durante le vacanze natalizie resteremo noi due e qualche allieva. Perché non usiamo le chiavi per aprire le porte? Sarà una vera caccia al tesoro.
Io sgranai gli occhi.
– Oh no, Belle! E se ci scoprono?
– Non ci scopriranno. Ci proveremo la mattina, mentre le Mater sono alla funzione.
Provai a fare resistenza, feci mille obiezioni e, dopo una strenua battaglia, mi arresi. Quel terremoto di vivacità aveva sempre la meglio, non essendo un pavido topo di biblioteca come me, ma una piccola donna desiderosa di ballare, cantare, esplorare. Talvolta la sua compagnia mi metteva a disagio, però il solo fatto che avesse scelto me, proprio me, quale prediletta tra tutte era il mio massimo orgoglio. Belle dagli occhi verdi, i capelli corvini e la pelle d’alabastro, per noi era la regina delle fate e nessuno poteva fare a meno di adorarla.
Quando infine giunsero le vacanze, giunse anche il momento di attuare quel piccolo piano criminale.
Io e Belle passeggiavamo per un corridoio e, una volta verificato che fosse deserto, una di noi si appostava di vedetta a un angolo, mentre l’altra trafficava con le serrature.
Le chiavi, come avevamo immaginato, aprivano proprio le stanze dell’istituto. Quelle più piccole erano le copie delle chiavi delle nostre camere. Entrammo così nella stanza di Magdalene la smemorata, e ci riprendemmo il cappello e la sciarpa che le avevamo prestato. A lei, in fondo, non servivano. Sgranocchiammo qualche cioccolatino qua e là… si sarebbero guastati comunque. Non avremmo osato fare di più, dato che le ospiti, al ritorno, se ne sarebbero lamentate con le Mater e allora sarebbe scattata un’ispezione.
Ci stancammo presto di tentare le chiavi piccole e passammo, quindi, a quelle di grandezza superiore. Alcune aprivano le stanze delle sorveglianti, che osammo solo sbirciare. Eravamo convinte che se fosse stato spostato un unico granello di polvere da quelle camere, le linde occupanti se ne sarebbero accorte. Altre chiavi, dall’impugnatura arrotondata, aprivano stanze anonime e vuote nei piani inferiori. Più difficile fu trovare dove infilare le chiavi grandi. Ci mettemmo tre giorni per capire che una apriva una cantina e una seconda il solaio. Trovammo vecchie foto, bambole e oggetti appartenute alle ospiti del collegio negli anni passati, stracci e cianfrusaglie su cui inventammo storie assurde quanto divertenti. Ogni cosa era stata stipata secondo un ordine perfetto e immacolato.
Al Rosenberg, l’ordine non consisteva in una mera questione formale. Il motto dell’istituto era: Wie darin, so daraus. Come dentro, così fuori.
Le vacanze trascorsero in un lampo, tra la caccia al tesoro privata e i tentativi di mascherarla a un paio di alunne, con cui riuscimmo a organizzare una recita per le Mater in occasione del Natale. Io suonavo il violino, Belle cantava.
Infine soddisfatte, dichiarammo conclusa la nostra missione segreta, avendo trovato le serrature di tutte le chiavi.
Ne mancava soltanto una.
Per quanto avessimo cercato, la chiave dall’anello rosso rimase un mistero. Non c’era nessuna porta da aprire con quella chiave. Non al Rosenberg, per lo meno: le avevamo tentate tutte.
Infine tornarono le altre allieve. Io e Belle fummo travolte da un mare di regali, racconti, risate che parlavano di una vita completamente diversa: la vita di fuori, una parola che per me, vissuta fin da piccola in quel luogo, era fonte di mistero e paura. Gretchen, la mia compagna di stanza, mi intrattenne a lungo con racconti che parlavano di palazzi dalle mille stanze e di gentiluomini che cercavano di fartici perdere.
Io e Belle smettemmo di cercarci per qualche tempo. Anche se ne ero dispiaciuta, in fondo lo trovavo naturale: le lezioni erano riprese e noi due seguivamo classi diverse, dal momento che lei mi precedeva di un anno nel percorso scolastico. Non c’era niente di strano se due “fidanzate” si perdevano di vista per un po’, perché un pomeriggio ci si sarebbe ritrovate comunque mano nella mano, a chiacchierare e scherzare come prima.
Quel pomeriggio, però, tardava ad arrivare, a dispetto dei giorni che trascorrevano indolenti.
Cominciai a cercarla con lo sguardo, ricavandone solo disappunto, poiché Belle risultava introvabile. Ogni volta che mi affacciavo nell’aula dove seguiva le lezioni, lei era assente. Stava male? No – mi diceva qualcuno –, è uscita con Adele, o con Welda, o con Ziska. La puoi trovare in giro – diceva qualcun altro. In giro dove? Le corse forsennate per i corridoi mi guadagnavano sguardi di disapprovazione. Di Belle, nemmeno l’ombra.
Nel refettorio Belle sedeva lontana da me e ogni volta che, finito il pasto, mi avvicinavo per parlarle, lei aveva già avuto modo di uscire. Anche il suo dormitorio era diverso dal mio e persino lì non riuscii mai a trovarla. Si trovava sempre fuori, con qualcuna che non ero io.
Fu allora che decisi di ricorrere a Marion.
Le collegiali dai sette agli undici anni erano piuttosto popolari tra le anziane, che facevano a gara per accaparrarsi la “protetta” più carina. Le piccole erano bamboline da vezzeggiare e viziare, per riceverne in cambio lealtà e adorazione senza pari.
Una tra loro, Marion, mi era devota dal giorno in cui l’avevo protetta da alcune sue coetanee che le tiravano i capelli e la spintonavano per via dell’aria malaticcia. Marion aveva acquistato col tempo un aspetto pieno di salute e sebbene Angelique, la “protetta” di Belle, avesse fama di essere la più graziosa, la mia Marion, con le lunghe ciglia e gli occhi azzurri, era dotata di una grazia singolare.
Chiesi a Marion di cercare Belle per me e lei, giorni dopo, entrò nella mia camera con un’altra allieva. Si trattava di Angelique.
Angelique, una Belle in miniatura, ma più delicata e composta, con modi da bambola francese mi informò che dall’inizio del nuovo anno Isabelle era piuttosto indaffarata, doveva “leggere tanti libri” e non poteva “perdere tempo” come prima.
Le parole di Angelique mi colpirono al pari di uno schiaffo. “Doveva leggere”? Non che in passato Belle trascurasse la lettura, però non aveva mai anteposto questo tipo di esercizio alla possibilità di uscire con un’amica… di certo, non con la preferita tra le sue amiche.
– Ho capito, Angelique. Dimmi: si trova nella sua stanza, adesso?
Appena Angelique annuì, mi fiondai fuori dalla camera. Una manciata di minuti dopo, picchiavo alla porta di Belle. Nessuna risposta. Continuai fino a farmi dolere il palmo della mano.
– Belle, aprimi! Sono Louise.
Stavo per arrendermi, quando la porta, di punto in bianco, si aprì.
L’ambiente era lo stesso di sempre, eppure mi sembrò cambiato, cambiato nella profondità, non nell’aspetto. Proprio come la sua ospite, che mi accoglieva sorridente.
– Belle, cos’è quest’odore?
Formulai la domanda nell’istante stesso in cui lo avvertii. Non riuscivo a definirlo. Qualcosa di acre, forse muschio, ruggine.
– Non so. Io non sento nessun odore.
In effetti, era percettibile a tratti. Volevo farle delle domande, ma fu lei a precedermi.
– Come mai sei qui, Louise? Angelique non ti ha riferito le mie parole?
Quell’osservazione mi ferì. Possibile che la stessa Belle avesse suggerito alla sua protetta di dirmi gentilmente di togliermi dai piedi? Di colpo, persi tutta la mia sicurezza.
– Come stai? Io bene, grazie – risposi stizzita – Certo, Angelique ha fatto il suo dovere, non ti lagnare di lei. Sono io, piuttosto, che non capisco.
– Cos’è che non capisci?
Lo sguardo, per evitare quello della mia interlocutrice, vagava per la stanza. Sulla scrivania accanto, notai libri aperti e quaderni pieni di appunti lasciati a metà. Era vero, dunque, che “doveva leggere”.
– Non capisco cos’è successo. Belle, qual è il motivo per cui non possiamo più vederci? Che cosa ti ho fatto perché tu non mi consideri più tua amica?
– Non hai fatto nulla di sbagliato. Non vai bene per me, tutto qui. Insomma: guardati, Louise. Non ci pensi affatto.
– A cosa dovrei pensare?
– A quello che ci aspetta fuori. Non ti interessa sapere com’è il mondo, veramente.
– Invece a te interessa? – chiesi, con scarsa convinzione. Cominciavo a capire.
– Sì! A me interessa crescere, Louise. Voglio andare via dal collegio, voglio diventare la persona che sarò, non ce la faccio più ad aspettare. Tu… sei un pesante macigno legato al piede. Vuoi che resti qui, che stia con te e faccia le stesse cose di sempre. Mi trascini indietro.
Rimasi in silenzio. Belle aveva toccato un nervo scoperto. C’era del vero, nelle sue parole. Lo avevo saputo fin dall’inizio, da qualche parte nel mio cuore, di stonare con l’esuberanza e la vivacità della mia “fidanzata”. A quel tempo, molte tra noi avvertivano l’inquietudine che dona la consapevolezza del recinto, del muro, della fortezza. Soltanto da una persona uguale a me il Rosenberg poteva essere considerato un rifugio. Per la maggior parte delle ospiti, d’altra parte, appariva come una prigione. La guerra, il male, l’orrore erano solo parole: di fatto, fuori c’era la vita.
Belle apparteneva al folto gruppo della maggioranza. Il suo corpo era in continuo movimento e mutamento e anche questo incontro me la restituiva nuova e diversa, forse un po’ cresciuta e di sicuro distante, lontana.
– Comprendi? Ecco perché non possiamo vederci. Ciò non significa che ti odi. Ti saluterò sempre, ti vorrò sempre bene, sei stata una buona amica. Però adesso, Louise, io ho bisogno d’altro.
L’odore di ruggine si fece penetrante fino alla nausea, mentre Belle mi spingeva verso l’uscita.
Che odore spaventoso. Come faceva a non sentirlo?
Quasi le fui grata, una volta che chiuse la porta dietro le spalle.

I giorni ripresero a scorrere, l’inverno passò e tornò la primavera a colorare di giallo e di viola i prati delle colline, eppure la neve non si decideva ad abbandonare il mio cuore.
Ogni tanto intravedevo Belle, nei corridoi o in aula, intrattenere con scioltezza una corte di studentesse, visibilmente emozionate per la compagnia di cui la regina le onorava. Ammiravo quei quadretti come in un’esposizione, e li trovavo di grande armonia, pari a un collaudato quartetto d’archi.
Lei era gentile, mi salutava, si informava sulla mia salute. Io rispondevo a quest’affascinante sconosciuta, invidiando da morire la piccola Angelique che, a differenza di me, non aveva perduto i suoi favori.
Per quale ragione non ero minuta ed elegante come una bambola francese?
Il giorno in cui Angelique sparì, mi pentii di una domanda simile.

*** *** ***

Quella notte stessa, io feci un sogno.
Mi capitava di sognare Belle, già da prima che rompesse la nostra amicizia. Quando accadeva, lei nel sogno mi prendeva per mano e mi portava sui prati dell’Appenzell, cantando con voce argentina.
Quella volta, però, capii subito che era diverso. Lo capii dall’odore, nell’aria. Quell’odore.
Nel sogno, Belle era sola, intenta a leggere nella sua camera, alla scrivania. I libri aperti mostravano immagini che sembravano nuovi e familiari a un tempo: un sole stilizzato, triangoli e svastiche si alternavano misti a simboli sconosciuti. D’un tratto, lei si alza e la vedo frugare in un cassetto, trovare un oggetto, e poi uscire con la vecchia lampada a olio. Entra nel salone deserto e si avvicina al grande camino, che in quel periodo dell’anno era spento.
In una mano porta il mazzo di chiavi.
Belle entra dentro il camino, armeggiando dietro l’architrave, nella cappa, e ne riesce. Adesso si dirige verso il centro della sala, muovendo il tavolino basso attorno al quale, seduta sul divano, spesso in passato le leggevo i passi preferiti di un libro. Sotto al tavolino, si allunga ora un passaggio rettangolare, in cui lei entra agile, portando con sé la lampada accesa. La fessura si apre in un corridoio che scava in profondità, non saprei dire quanto. Il corridoio termina in una sorta di atrio, accesso a un ambiente più ampio, buio e opprimente.
Tracciati alle pareti, riconosco i misteriosi simboli del libro, ma non sono questi a gettarmi nel panico.
Avverto qualcosa, nella stanza.
Lo sento, ma non riesco a metterlo a fuoco. È un’ombra densa tra le ombre, si muove strisciando con lentezza malvagia, danzando attorno a Belle, affacciandosi nei suoi occhi che lampeggiano rossi nel buio.
Lei si avvicina a un tavolo, vi posa la lampada. Un oggetto si trova su quel tavolo. L’odore è nauseante, mi sforzo di resistere.
Belle avvicina il proprio volto a quello della bambola, che mostra un rubino al posto della bocca e smeraldi nelle pupille degli occhi. I capelli brillano come sottili fili d’oro.
Conosco quella bambola, perché è Angelique.
– Non la trovi bellissima, Louise?
Belle, voltatasi di scatto, è a me, proprio a me che si sta rivolgendo adesso, guardandomi con occhi bui. Arretro assalita da mille ombre, voglio fuggire. Un artiglio mi afferra i polsi.
Grido.
Mi sveglio di soprassalto, tra sudori freddi. Seduta sul letto, mi ritrovo nella mia camera. Davanti a me, proprio al centro della stanza, c’è una sagoma nera dagli occhi rossi.
Questo non è un sogno!
Mi ritrovo di nuovo a urlare con tutta la forza che ho in gola, l’ombra si dissolve nel nulla. Una sorvegliante apre la porta, entra trafelata. Mi abbraccia, ma l’unica cosa che sento è l’odore acre nelle narici e i polsi che mi dolgono.

Le due settimane seguenti non bastarono a convincermi che avevo sognato, anzi fecero maturare la convinzione che ero uscita da un sogno per entrare in un incubo.
Nessuno parlava più di Angelique, perché gli avvenimenti del mondo esterno si erano fatti tanto assordanti da non poterli ignorare, neanche nel piccolo mondo del Rosenberg.
Il Reich stava per cadere definitivamente, dicevano.
Quando apprendemmo dalla radio che il Führer era morto, Aprile volgeva al termine. Le Mater ci accordarono un giorno libero dalle lezioni e dalle convenzioni e aprirono il salone, affinché ci sentissimo sollevate di poter chiacchierare insieme.
Entrai così nella sala, in cui non avevo messo piede dalla notte del sogno. Subito fui attirata dal camino centrale. Non seppi resistere alla tentazione di avvicinarmi all’architrave ed esplorare il retro con la mano, stando attenta a non farmi vedere dalle altre ragazze, muovendomi alle loro spalle.
Non mi sorpresi nel momento in cui le mani incontrarono qualcosa.
Una serratura. La grandezza, ne ero sicura, corrispondeva a quella della chiave dall’anello rosso.
All’improvviso, mi sento attraversare da un brivido. Mi volto e scopro che Belle, seduta in mezzo al salone, sta guardando nella mia direzione. È proprio me che guarda. Il suo sguardo costringe le altre a osservarmi: ho gli occhi di tutte puntati addosso.
Lei indossa un vestito bianco, come la prima volta che entrò al Rosenberg, la prima volta che venne a cercarmi. Anche adesso mi sorride, si alza, staccandosi dalla piccola Marion che aveva accarezzato fino ad allora. Tutti la seguono con lo sguardo mentre viene verso di me, mentre mi abbraccia con dolcezza.
– Louise, unisciti a noi. Non stare in disparte, siamo amiche – mi dice, con voce melliflua e ingannevole.
Guardandola negli occhi, riesco a cogliere il fosco baluginio in fondo alle pupille. Mi aiuta a comprendere che la persona davanti a me, in questo istante, ha l’aspetto candido della mia Belle, ma non è Belle più di quanto un corvo possa confondersi con una lepre.
Come dentro, così fuori. Ora afferro il significato del motto dell’istituto. Si tratta di un augurio: possa tu essere dentro come appari all’esterno.
Mi lascio accompagnare da Belle per unirmi alle altre. Nessuno mi crederebbe, se dicessi quello che, in un attimo, so con certezza assoluta.
Io so che Belle ha trovato la porta da aprire con la chiave dall’anello rosso. So che è questo il motivo per cui è cambiata ed è anche il motivo per cui Angelique è scomparsa. So che non posso provarlo e che chiunque, a cui raccontassi una simile storia, penserebbe che sono io la pazza, l’isterica, la gelosa per aver perduto i favori della regina delle fate.
Belle mi fa cenno di sedermi accanto a lei. Obbedisco, fingendo di accordarmi ai suoi gesti. Mentre ci intrattiene sul tutto e sul niente, parlandoci di tutto e di niente, mi limito ad accarezzare con lo sguardo i lineamenti del suo viso, la pelle di porcellana, la bocca rossa come sangue.
Le sue parole non mi raggiungono, perché la mente corre alla neve dell’Appenzell, ai fiori a forma di calice, al cielo terso delle Alpi.
Un interrogativo muto mi muore sulle labbra.
Se l’immensa coltre di neve e la messe senza fine di anemoni primaverili non bastano a proteggerci dal male, esiste dunque al mondo un rifugio che possa dirsi davvero sicuro?
Non ho idea se abbia pronunciato realmente la domanda, ma Belle adesso mi guarda, pensosa e bellissima. E io so che per noi, che siamo così ciechi, non v’è che la realtà di un vestito bianco, e continueremo a lasciarci ingannare dalla neve, senza pensare che, a dispetto della sua purezza, essa può nascondere un animo più nero della notte.
È questo un mistero di cui, temo, non troverò mai la chiave.

Racconto pubblicato nell’Ottobre 2015 nell’antologia “Tenebrae”, a cura di “Isola Illyon”. Antologia disponibile per il download gratuito qui.

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