IMAGINE

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Lei è un colorato patchwork di sentimenti, figlia dei fiori annaffiata con qualche spruzzo d’anarchia. Lui: novanta chili di marmo in mimetica, di ritorno dall’Afghanistan, in viaggio premio per non aver esitato al momento di tirare il grilletto.

Cercare di muoversi in una conversazione tra casuali compagni di viaggio, in un Intercity che ha perso la speranza di arrivare in orario, può risultare sdrucciolevole come sull’asfalto bagnato dalla pioggia.

Lui pensa che Bush sia stato eletto a buon diritto una seconda volta. Intona un’ode alla polvere da sparo e invoca la bomba atomica in Iran. Lei evoca dal piano astrale l’anima di John Lennon e innalza un inno alla gioia. Lui declama le gioie spartane della vita che semina morte e lei sta pensando di smetterla di infilare fiori nei cannoni e passare alle bombe a mano, quand’ecco che squilla un cellulare.

La ragazza si ritrova a canticchiare tra i denti il motivetto innocente della suoneria: è l’inebriante sigla iniziale di Densha Otoko, drama giapponese di successo dell’ultima stagione. Anche l’uomo si unisce al coro ed entrambi passano a sciorinare, nelle successive due ore, tutte le battute in sequenza dei sedici episodi di My name is Kim Sam Soon.

E il tempo vola, leggero.

 

Racconto inedito.
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