L’arte di Napoli

artedinapoli

Avevo conosciuto Nicola in campeggio e quell’estate per la prima volta me lo vidi comparire sotto casa, giunto in terra partenopea con volo diretto da Trieste. Gli sarebbe piaciuto immergersi nelle bellezze del luogo – diceva -, vedere Napoli, Sorrento, forse Capri e Positano.
Accettai volentieri di accompagnarlo e insieme prendemmo la metro dal Vomero, mentre lui parlava di un modello di occhiali da sole, della necessità di imparare l’arabo o il cinese per poter essere quanto più possibile competitivi a livello internazionale. Man mano che tutte quelle parole mi investivano, cresceva di pari passo il richiamo di una forza irresistibile che mi spinse, quella Domenica, a deviare per via dei Tribunali prima di raggiungere il porto.
Attraversiamo un dedalo di viuzze, dove sulle teste dei passanti vigilano i panni stesi, eterni come i curiosi che si affacciano dai balconi. Nicola ammutolisce, e presto ci raggiunge la varietà degli aromi antichi che illustro a cuor contento:
– Lo senti, Nicò? Questo è ragù denso, preparato dal giorno prima. Vongole, prezzemolo e calamaretti, pizza ca’ pummarola ‘ngoppa…
Tra i sacchi della spazzatura abbandonati sulla via, un gatto randagio volta il muso bagnato verso di noi, sotto i manifesti mezzo stracciati divenuti un tutt’uno con le superfici annerite. L’umidità rende scivolosa la pietra lavica sotto i nostri piedi, attaccando carte livide alla suola delle scarpe. Nicola si lascia attirare dalla facciata barocca di una chiesa, quando delle urla improvvise alle nostre spalle ci fanno trasalire.
La nostra attenzione si fissa quindi sulla più sguaiata delle vaiasse napoletane che, un piede puntato sul marciapiede rialzato e un altro sulla strada, con posa matronale, si mostra tutta protesa in atteggiamento di sfida verso un uomo di mezz’età, uscito fuori dalla porta di una casa, al secondo piano. L’uomo indossa una maglietta stinta che non riesce a contenere la pancia smodata. Tutta la scena si svolge sotto gli occhi di una folla di curiosi che comincia a radunarsi come in processione.

– Omm e’ merda! Giggì, scendi ca’ te facciò o’ strascìn!
“Uomo di merda! Giggino scendi, che ti trascino sulla strada per i capelli!” –  sento il dovere di tradurre al mio amico.
Giggino, a scorno delle minacce, non si scompone e ribatte:
E che è succies? (Che è successo?)
Ku kella troia e Simona ssi asciuto aier’ sera! Me l’hà ritt mo’ mo’ Tina a’ sciancata! (Uscisti ieri sera con quella buona donna di Simona! Me l’ha detto or ora Tina la sciancata!)
Donne sulla strada, donne sulle scale, donne affacciate alle finestre ascoltano attente, intenzionate a gustarsi lo spettacolo fino all’ultima goccia. Qualcuna nasconde la bocca che ride, qualcun’altra si inventa un gesto volgare all’indirizzo di Giggino. Quest’ultimo rientra in casa, ma solo per uscirne con un vecchio tegame in mano:
Ma ca’ parli propeto tu? Haì vistò cchiu’ pisci tu e’ chesta tiella! (Ma che parli proprio tu, che hai visto più pesci di questa padella?)
Allora ci investe un boato, un’esplosione di risate e di vita, che segna la fine del litigio. Anche se la donna continua a gridare, nessuno le dà più retta, Giggino ha vinto. Tra la gente, qualcuno tira fuori una fisarmonica e comincia a suonare, qualcun altro fa la conta degli ambi da giocare: 78 e 19, la prostituta e la risata, 4 e 80, il porco e la bocca…
Nicola, stralunato, mi chiede se tutto questo caos sia all’ordine del giorno a Napoli. Io mi sento benedetto dal luogo e dal momento e cerco di spiegare una tale epifania al mio accompagnatore, incapace di cogliere altrettanta bellezza. Così, senza accorgermene, gli rispondo in mezzo napoletano:
– Nico’… chisto nun è caos, chisto è arte.

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