Relitti (ESTRATTO)

Miniletrelune13

A ogni risveglio dalla capsula criogenica, la prima cosa che vedo è il peluche a forma di capra, fissato alla base con un elastico perché non sia sbalzato via dai movimenti dell’astronave.

È importante, quando apri gli occhi, vedere qualcosa che ti aiuti a mettere insieme i pezzi. Seguendo la capretta volteggiare nell’ambiente, la mente si lascia annegare in un oceano verde: il manto erboso di Terra II. Quasi mi sembra di sentire la voce di mamma. Svegliati, Kris! Dormiglione… La colazione è pronta!
Sollevo la testa a fatica e con poca voglia. Al posto di una gustosa colazione ci sarà la solita bustina di nutrienti dal sapore uniforme.
Per alzarmi, ho bisogno dell’aiuto di Harpo, l’androide attendente la cui parrucca rosa e il cilindro si affacciano dal bordo della capsula.
– Tutto a posto, ragazzo? Ora ti tiriamo su, così diamo un occhio all’ingranaggio. Poi solito copione: passeggiatina, sbobba, bagnetto. Avanti, marsch!
Harpo è un aiutante prezioso. Dotato, secondo programmazione, di un carattere giocoso e protettivo a un tempo, mi aiuta a prendere confidenza con me stesso e con l’ambiente.
Parlando con lui, mi riapproprio, istante dopo istante, della mia identità, dei miei gesti e dello scopo del mio viaggio.
Sono un cosmonauta alla decima missione spaziale consecutiva. Quasi un record, penso, eseguendo gli esercizi di movimento nella camera gravitazionale. Cerco di ignorare la meccanica imitazione del tip tap di Harpo e mi concentro su quanto riferisce a voce.
Siamo atterrati su Sable, secondo pianeta ruotante attorno alla nana gialla 16 Cygni B.
Lo schermo rende visibile la distesa infinita di sabbia che si apre di fronte a noi. I dati presentano minime variazioni di temperatura. Vegetazione scarsa, fauna assente. Sulla superficie il computer rileva tracce di una forma di vita senziente. Strano. In apparenza, nelle immagini sullo schermo, nulla che si muova a parte le dune, sferzate dal vento.
Si tratta di una missione difficile. Non posso ripartire prima di aver esplorato il territorio.

Dapprincipio cammino soltanto per qualche minuto, quanto basta per capire che devo proseguire legato con la fune all’astronave, se non voglio volare via trascinato dalle tempeste di sabbia. Harpo, dal ponte di comando, resta in ascolto in caso di necessità e mi guida mentre procedo in avanscoperta.
La volta successiva impiego più tempo, faccio un giro più lungo. Mi stupisce la velocità con cui le dune si dissolvono e si riformano.
La temperatura, a dispetto del sole lontano, è piuttosto elevata. Se non avessi la tuta, probabilmente ne ricaverei delle bruciature sulla pelle.
Che pianeta ostile. Mi chiedo come possa esistere vita, qui.

Dopo due mesi di giri a vuoto, l’esplorazione non ha dato frutti di nessun tipo. Le analisi continuano a rilevare la presenza di vita, eppure non si registra nessun contatto.
Farò un ultimo tentativo, prima di dichiarare fallita la missione.
Ho notato che le tempeste di sabbia sopraggiungono con un intervallo di circa cinque-sei ore. Raggiunto il limite consentito dalla fune, mi fermo. Almeno tre ore dovrebbero separarmi dalla prossima tempesta.
Finora non mi sono mai spinto oltre, ma adesso decido di correre il rischio. Mi sgancio dalla fune per aggirarmi, lento, tra le dune.
La sabbia è finissima, una polvere bianca si solleva a ogni passo. Vago a vuoto nel mondo desolato, fatto di aridità, deserto, sole bruciante.

Proprio quando sto per tornare sui miei passi, mi accorgo di qualcosa.
Una sporgenza scura, puntuta, emerge poco distante.
Mi avvicino, cauto, mentre la sabbia degrada veloce; lo spuntone diventa parte di qualcos’altro. Con occhi sbarrati osservo la sabbia sparire attorno alla costruzione.
Riconosco quella casa. È la mia casa, quella che ho lasciato su Terra II.

Racconto pubblicato nel Settembre 2015 nell’antologia “Le tre lune” n.13,  disponibile per il download gratuito qui. Di “Relitti” è disponibile l’audiolibro gratuito qui.

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