Giordano e l’angelo

giordanoangelo

Giordano guardò lo schizzo e lo confrontò con la statua di fronte a lui.
Raffigurava uno splendido angelo a guardia di un sepolcro nel Cimitero civico, scelto tra tanti come modello da ritrarre per l’espressione dolente e solenne insieme, i capelli animati da una brezza immaginaria, la muscolatura affiorante sotto le vesti lievi.
Giordano lo aveva giudicato un soggetto ideale per far risaltare le qualità di pittore che gli venivano riconosciute all’Accademia di Belle Arti, anche se qualche professore non mancava mai di rilevare nelle sue opere, a dispetto della tecnica eccellente, una certa freddezza d’esecuzione. A lui, povero in canna e ricco d’inventiva, era bastata questa critica per mettersi alla ricerca di una vera sfida e quindi imbattersi nell’angelo fatale. Nel tentativo di ritrarre la statua, si era quasi dimenticato di se stesso e quando, finalmente soddisfatto, aveva alzato la testa dal foglio, si era accorto di aver impiegato tre ore buone per passare dallo schizzo al bozzetto completo. Una volta a casa, esaminando il risultato finale, gli era parso che mancasse qualcosa. Aveva deciso dunque di tornare dall’angelo l’indomani, per fare le opportune modifiche e passare all’olio.
Ora, davanti alla statua, si chiedeva come avesse fatto, appena il giorno precedente, a prendere una tale cantonata. La distanza reale tra la spalla e il viso era più ampia rispetto al disegno!
Possibile che avesse commesso un errore da dilettante, sbagliando a prendere le misure?
Guardando meglio, trovò pure l’espressione del viso, su carta, diversa da quella scolpita nel marmo.
Sospirò, rassegnandosi a rifare tutto daccapo.
Riprese le misure, schizzò a matita e, con dei tocchi di carboncino, evidenziò le ombre. A casa riportò con grande accuratezza il disegno su una tela.
Benché si fosse concentrato per lavorare al meglio, osservando l’opera finita era sicuro che mancasse qualcosa.
Il giorno successivo si recò di nuovo dalla statua, stavolta con tela, cavalletto e tavolozza, per dare ai colori e all’insieme un sapore più vivace.
Forse non riuscirò a dipingere il capolavoro che ho in mente – pensò –, ma voglio che ne esca, comunque, un quadro degno di attenzione.
Giordano accostò il pennello alla tela, il cuore colmo di aspettativa.
Gli bastò un’occhiata sola, per fare una scoperta sconvolgente.
I capelli della statua sembravano diversi, addirittura andavano nella direzione opposta rispetto a quella riportata da lui nel disegno!
Pareva davvero incredibile. Si innervosì con se stesso, prendendo a battersi la testa con piccoli pugni.
Ricominciò il lavoro dall’inizio.
Tuttavia anche la volta seguente, tornato sul luogo del delitto, restò a bocca aperta.
Le labbra dell’angelo fino al giorno prima erano serrate, proprio serrate! Perché adesso le vedeva socchiuse?
Poi le ali si inclinarono, la veste si sollevò, un braccio disteso si fece trovare piegato, con dito alzato a mo’ di profezia.
Giordano, che fino a quel momento si era limitato a fare e disfare, decise di chiedere aiuto al custode del Cimitero. Il vecchio Remigio, però, riguardo l’oggetto incriminato, tossì e dichiarò che la statua era sempre stata così come la vedevano ora, col dito alzato. A riprova di quanto affermato, mostrò una foto ufficiale che la ritraeva nella stessa identica posizione in cui si offriva, adesso, alla vista.
Il pittore non sapeva che pesci prendere. Meditò se fosse il caso di arrendersi o di provarci ancora.
Trascorsa una settimana, scelse di combattere e ritornò di fronte all’algido nemico, armato di quanto gli occorreva per portare avanti la sua battaglia. Dopo colpi di avvertimento a base di sanguigna, cominciò una frenetica sparatoria di schizzi, bozzetti, acquarelli, oli e acrilici, per arrivare al colpo di grazia: il colore dato direttamente su tela, senza disegno preparatorio, la mano a seguire solo il cuore e l’istinto di prevalere sull’avversario.
Non lasciò nulla di intentato… fu una lunga guerra.
Quando finì, Giordano non si sentì sicuro di esserne il vincitore. Ai piedi si stendevano, caduti sul campo, un nutrito numero di tele e disegni, schizzi veloci e bozzetti dettagliati. Tutti insieme restavano a testimonianza di una versatilità e di una qualità tale che i professori vollero esporli in Accademia.
Quella fu la prima occasione per Giordano Alderisi di farsi conoscere dal mondo. Fioccarono richieste e possibilità di collaborazioni prestigiose: offerte cui lui non si negò, dando inizio a una carriera sfolgorante.
Non poteva immaginare cosa lo aspettava. Lavoro duro, di giorno e di notte. Provò la frustrazione della ricerca incessante, necessaria. Tanto più ampia diventava la soddisfazione se, all’improvviso, creava con le sue mani un’opera bella. I capolavori cadono imprevedibili come stelle dal cielo – allora era solito dire. Infine, l’autentico riconoscimento: vedere una luce speciale negli occhi del pubblico, perso a contemplare i suoi pezzi, il suo personale e unico stile. Era certo di comunicare con tutta la voce a disposizione, con tutto il suo cuore. Si sentiva crescere, ma non gli bastava.
Cercò esperienza, sapienza del mondo, viaggi.
Li ebbe.
Due matrimoni, due figli più tardi e una serie infinita di quadri, Giordano si risvegliò una mattina, a sessant’anni, stanco.
C’era così tanto da sapere e da conoscere, e chissà quanto non avrebbe saputo mai!
L’uomo resta una creatura limitata, a dispetto dei suoi illimitati desideri.
Sprofondò in uno stato d’inerzia spirituale, poi fisica; qualcuno intuì che era caduto in una profonda depressione. Passò molto tempo, incolore e triste.
Un giorno, nella casa piena di mobili e di malinconia, si trovò davanti gli occhi curiosi di Nicola, il primo nipote, un esserino con pochi anni e troppe domande nella testa. Il bambino, le mani timide dietro la schiena, parve più piccolo accanto al nonno gigante, mentre gli chiedeva:
– Come hai cominciato, nonno, a dipingere?
Giordano ricordava benissimo i pastelli a buon mercato e i semplici quaderni comprati dalla madre nella sua infanzia. Eppure, in quel momento, si presentò alla mente, chiara e definita, un’immagine.
Nell’attimo in cui si alzò dalla sedia, gli sembrò che fossero passati mille anni dall’ultima volta che lo aveva fatto.
– Vieni, te lo faccio vedere – riferì tremante.
Uscirono dalla stanza, mano nella mano. Passeggiarono fino all’ingresso del Cimitero dove alcuni passanti, riconoscendolo, lo salutarono con calore.
Giordano portò Nicola nel luogo dove regna il silenzio e trionfa la pace, dove si celebra la gloria e si vegliano i ricordi delle vite passate.
Il nonno indicò al nipote la statua dell’angelo e ne raccontò la storia.
Il bambino sgranò gli occhi:
– Davvero era diversa ogni volta che ci tornavi? Ma perché? Perché cambiava sempre?
L’uomo non sapeva che rispondere. Rimase in silenzio a riflettere, finché litigò con una lacrima e disse:
– Eh, questo è proprio un mistero. Non si può sciogliere, sai.
È l’enigma dell’Arte. Bisogna spingersi oltre e cercare di afferrarlo, anche se non ci si dovesse riuscire mai. – pensò tra sé e sé, mentre una luce di comprensione gli attraversava il volto.
Trovò il coraggio per alzare il capo e ammirare la statua un’altra volta ancora. L’angelo, in quel momento, gli sorrideva. Un sorriso celeste, divino.
Giordano avvertì il desiderio di catturarlo su un foglio.

MinivalledellestorieRacconto edito nel Maggio 2015 nell’antologia “La valle delle storie 2015”, a cura dell’ass. cult. Terra di Mezzo.
Nella foto: Giulio Monteverde, Monumento a Francesco Oneto, Cimitero Monumentale di Staglieno, Genova.
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...