Karma cattivo (estratto)

Minidisognanti

Warning: il seguente racconto è incompleto, terminando nell’antologia “Di sognanti e altri eroi”, Plesio editore, disponibile per il download a pagamento qui.

Nell’ufficio grigio e asettico, la Guida in divisa indica una postazione.
Mi guardo intorno: la sala è tanto ampia da non riuscire a vedere la fine. Tutto l’ambiente risulta diviso in moduli identici, una successione di cubi di metallo separati da pareti divisorie. In ogni unità cubica un unico impiegato siede alla propria scrivania, intento allo schermo di un computer, battendo i tasti senza interruzioni.
Osservando la fabbrica, mi attraversa la mente l’immagine di un alveare.
Si tratta, mi viene spiegato, del Makai, il grande Archivio in cui vengono monitorati e catalogati i calcoli e le percentuali elaborate dal Cervello, il padre elettronico che regola la vita della Città e dei Cittadini. Io, John Smith, sono sul punto di occupare una posizione privilegiata, un incarico di assoluto prestigio.
La Guida, quasi ingessata nella veste d’ordinanza, informa della necessità di osservare le poche regole vigenti: non parlare con gli altri impiegati, non interrompere il lavoro per nessun motivo, attendere alle proprie mansioni, non fare domande (quest’ultima asserzione ha il potere di far evaporare quelle che si stavano abbozzando nella mia testa di neoassunto).
Nella mente l’alveare si disgrega per lasciare il posto alla visione di una prigione.
A rito ultimato, la Guida mi mostra una scrivania dove, a dispetto dell’ansia interiore, mi siedo senza fare una piega, il computer già acceso. Osservo i dati scorrere sullo schermo. Il programma indica le operazioni da fare: cercare in archivio il nome e la fotografia cui assegnare le percentuali predisposte dal Cervello, controllare le cifre e catalogare in ordine alfabetico la scheda così composta. Tutto molto semplice, davvero non c’è bisogno di ulteriori precisazioni.
Comincio subito e in breve ingrano a regime, marionetta indistinguibile tra le altre mille addette alle medesime operazioni.
Mi è stato spiegato che le percentuali da controllare riguardano i punti karma assegnati a ogni essere umano fin dalla nascita. L’origine, la famiglia di provenienza e la condizione sociale forniscono al Cervello i primi parametri in base ai quali le azioni del soggetto saranno tese all’ordine (karma positivo) o al caos (karma negativo). Una percentuale maggiore di punti karma positivi fornisce all’individuo più ampie possibilità, quali ottenere credito presso banche e negozi o avere accesso a beni di consumo di superiore qualità, e in generale fiducia e benevolenza nell’ambito dell’intera comunità. Le percentuali positive e negative vengono registrate nei singoli soggetti in un chip sotto il polso destro, visibili solo agli apparecchi di rilevazione del karma preposti in ogni singolo esercizio della Città. Se ci si comporta in maniera coerente, i punti karma possono rimanere invariati durante l’intera esistenza; in caso contrario, il rapporto tra il positivo e il negativo può cambiare, persino invertirsi.
Procedo per un numero ininterrotto di ore. Un istinto innato mi dice di dover attendere un segnale, un suono, un allarme che indichi una pausa per mangiare, per dormire, per staccare dal lavoro.
Non arriva.
Continuo a lavorare, non avverto i morsi della fame o la necessità del sonno e trovo quest’attività in realtà distensiva, quasi piacevole.
Non so quanto tempo sia passato, nell’istante in cui mi raggiunge un motivo monotono e grave. All’inizio nemmeno me ne rendo conto, poi mi accorgo che il mio è l’unico picchiettio che avanza sui tasti, nell’intera sala.
Mi fermo.
Osservo i miei colleghi alzarsi, mi alzo anch’io e li seguo in un altro ambiente: anche questa una sala longitudinale, divisa stavolta in tanti parallelepipedi impegnati dai nostri letti di metallo.
Distendo il mio corpo, non sono per niente stanco eppure mi addormento non appena chiudo gli occhi.
Quando li riapro, ho un sapore metallico in bocca, un fastidio dietro la nuca e non ho idea di che ore siano, di che giorno sia.
Qual è il mio nome?
John. John Smith.
Mi alzo assieme agli altri cento, mille John Smith identici a me per tornare alla mia postazione.

I giorni si dilatano in settimane lunghe come mesi lunghi come anni. Non mangiamo mai, dormiamo poco, eppure ci basta. Avanziamo come soldati perfettamente allineati, ognuno nel proprio metro cubo trincerato nel suo ruolo, non un colpo a vuoto, marciamo senza un lamento. Gli unici suoni che conosciamo sono quelli dei tasti martellati dalle nostre dita.
I giorni sono fotocopie identiche a se stesse.
Almeno fino a quando non mi ritrovo di fronte a Lei.

O meglio, di fronte a una sua fotografia: un minuscolo quadrato a colori che impegna un angolo dello schermo, fermo sulla scheda che sto lavorando. Un attimo prima di archiviarla le mie dita hanno esitato qualche secondo, sufficiente per salvare una copia di quei lineamenti, fissandola nella memoria del mio computer.
Anche dopo il segnale della pausa, ho ancora il suo volto nella testa. Ce l’ho nel momento in cui mi corico, a letto. Lei è bella, ma sorride triste.
Quella notte faccio un sogno, il primo.

Il nostro sonno scorre rapido e uniforme, simile a una colata di pece nera dove niente può farsi strada: sono notti senza contenuto né storia.
Invece questa notte Lei mi sorride. Mi prende per mano, mi bacia, sussurra il mio nome nell’intimità. Sento il tocco morbido della pelle sulle dita, il sapore delle labbra sulla lingua, il suono dolce di lei che mi chiama.
Apro gli occhi.
Qual è il mio nome?
Il mio nome è Vince. Vince Zuavich.

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