Il marchio

Warning: questo racconto si ispira all’immaginario di Lovecraft e se ne sconsiglia la lettura alle donne in dolce attesa.

Ilmarchio

20 Ottobre 1928, Castello dell’Abatemarco, lettera di Cecilia Rinaldi

Mia cara sorella
Esiste in questo mondo un luogo che possa dirsi sicuro dalle ombre della notte?
Non mi riferisco a un posto dove sia possibile per il corpo sfuggire al comune destino della malattia e della morte; intendo, piuttosto, un porto in cui almeno l’anima possa acquietarsi, al sicuro da qualsiasi tempesta.
Da qualche tempo ho perduto la speranza che esista, quel luogo di pace, e ti dirò il perché.
Innanzitutto, ti chiedo di perdonarmi se a lungo hai atteso mie notizie. Quando mi sono trasferita in questa desolazione, circa due anni fa, ti scrivevo con solerzia, ogni settimana, per rassicurarti sulla sorte mia e di mio marito. Sai già quanto è stato difficile per me, cresciuta nell’agio della nobiltà cosentina, adattarmi a vivere ai margini della provincia e, se fossi stata libera di scegliere per me sola, sarei tornata sui miei passi dopo neanche un giorno di questa prigionia volontaria. Eppure, quando Pietro ha voluto accogliere la richiesta del parroco di Santa Maria del Cedro di diventare medico del paese, ho dovuto seguirlo, in qualità di moglie rispettosa della promessa coniugale che ho intenzione di onorare fino alla fine. Come ti avevo già informato, l’abate ci ha fatto sistemare nell’ala meglio conservata del Castello vicino all’Abbazia, in stanze ammobiliate, che rimangono tuttavia prive delle comodità cui ero usa in precedenza, essendo il luogo lontano dall’abitato.
Certo, non passava giorno che non rimpiangessi le belle giornate piene di spensieratezza e le passeggiate per la città gremita di gente, le chiacchiere scambiate con persone affabili e cortesi: tutte cose appartenenti a un’epoca lontana, quasi un’altra vita. La solitudine, del resto, mi aveva già portato a confidarti quanto un tedio insopprimibile si fosse impadronito dell’animo.
Quel che non sai è che negli ultimi tempi ha preso possesso di questa casa dapprincipio una vaga inquietudine, poi un vero orrore, sotto il quale mi accingo a scriverti.
Perdonami quindi se ho cessato di darti notizie, ma riemergo soltanto adesso da uno stato di prostrazione in cui, mi dicono, non è raro che cadano le donne durante la prima gravidanza.
Proprio così, sono in attesa del primo figlio e Pietro, forte della sua esperienza oramai decennale nell’arte medica, sostiene che lo stato di salute del mio fisico non è fonte di nessuna seria preoccupazione; cerca di convincermi che la mia fibra è robusta e si dichiara sicuro che riuscirò a portare a termine la gestazione.
Non lo posso negare: egli conosce il suo mestiere, d’altro canto sono vittima di un’angoscia che mi condanna a uno stato di veglia perenne, di incubi mai fatti in passato. Sono visioni strane e diverse, popolate da creature informi e ripugnanti, che ho difficoltà finanche a descrivere tanto sono estranee dai contorni della nostra realtà. Popolano mondi che non si possono immaginare di questa terra: piramidi rovesciate, deserti di cadaveri deformi, paludi attraversate da animali immondi il cui solo ricordo è sufficiente a gettarmi nel terrore.
La notte, luogo del ristoro degli affanni del giorno, è in effetti per me il momento più arduo, il che suggerisce quanto miserevole sia il mio stato. Fuggo le tenebre come i bambini fuggono le paure più nere. Eppure, benché io attenda il sole a salvarmi ogni giorno, non c’è modo di sfuggire al buio: questo è quanto ho appreso.
Perché tu possa comprendere appieno, devo spiegare che tutto è cominciato due mesi fa, col finire dell’estate.
Stavo rientrando dall’abituale passeggiata con Corsaro: lo portavo ogni giorno, prima del crepuscolo, tra i sentieri della campagna attorno al castello. Era una sera di Agosto, ricordo bene l’aria densa dei profumi della terra, mentre calpestavo le felci: la vegetazione aveva raggiunto quella pienezza, quel turgore che annuncia come prossimo il decadimento.
Corsaro, d’un tratto, si fermò. Non voleva procedere oltre, le orecchie drizzate. Dopo aver cercato di fare forza al guinzaglio, mi fermai anch’io. Credo di averlo percepito allora, un miasma che si faceva strada nell’odore esalato dal terreno. Ho alzato gli occhi verso le cime dei pini: i rami restavano immobili nonostante il vento leggero. In quell’atmosfera innaturale ho preso a voltarmi indietro, di lato, in ogni direzione: avevo l’impressione che qualcosa avanzasse tra i muschi e i pungitopo, verso di me. Avvertivo i rumori di qualche bestia che cercava, annusava, avanzava sulle mie tracce.
Il cuore cominciava a dolermi, il respiro si faceva pesante: urlai a Corsaro di camminare, lo strattonai e me lo tirai dietro.
Misi il piede al di là della soglia, avevo l’affanno. Vidi, gettati in un angolo, gli stivali ricoperti di fango e capii che mio marito era tornato.
Dunque sono entrata, sorridendo, nel salotto; Pietro era sprofondato nella sua poltrona, a riposare. Si voltò verso di me e ancora adesso non so spiegarmi i brividi che mi assalirono.
Corsaro cominciò a ringhiare contro di lui. Per quanto lo gridassi, non smetteva di abbaiargli contro, al punto che fui costretta a farlo uscire dalla stanza. Pietro quindi mi raggiunse, abbracciandomi con voce carezzevole. Mi domandò il perché della mia agitazione e io risposi che il cane si comportava stranamente da un po’. Allorché cercò di rassicurarmi, gli chiesi come mai era tornato in anticipo. Mi informò circa il suo paziente, che era spirato quel giorno, prima che potesse intervenire in alcun modo, e aggiunse, prendendo la borsa di lavoro dalla poltrona, che aveva dei documenti importanti da esaminare e che avrebbe fatto tardi nello studio, la sera. Poi uscì in fretta dalla stanza, senza aspettare risposta.
Per niente al mondo vorrei scrivere quel che accadde dopo, ma devo farlo.

La stessa notte, dopo essermi assopita, ho avuto un incubo. O almeno credo lo fosse, poiché ero certa che ci fosse qualcuno, nella camera da letto, oltre me. Consapevole ma non vigile, forse a metà tra sonno e veglia, fui sicura che una creatura enorme e ripugnante, un ammasso tanto indefinito quanto pulsante e nero, fosse sopra di me e mi schiacciasse col suo peso. Io ho preso a dibattermi nella mente, a cercare di sfuggirle, a oppormi con tutte le energie, eppure il corpo non obbediva e la creatura risultò inarrestabile. Il dominio esercitato su di me era, più che fisico, spirituale e aveva l’effetto di sopraffarmi, rendendo patetici i miei tentativi di liberarmi.
A un punto avvertii un bruciore dietro l’orecchio e sentii, dal cortile, Corsaro che abbaiava senza sosta. Feci appello a tutta la mia forza di volontà: dovevo svegliarmi, sottrarmi alla penosa situazione.
A fatica infine riuscii a sollevarmi, alzandomi in piedi. Con occhi spalancati, la stanza illuminata dal chiarore lunare che filtrava dalla finestra, vidi il letto disfatto… del tutto vuoto. Non c’era nessuno, niente nella stanza.
L’unica certezza erano i latrati di Corsaro che mi raggiungevano dall’esterno. Ho creduto possibile di avere perso la ragione e mi sono lanciata verso la porta con furia, in direzione di quelli che erano diventati i flebili guaiti del mio alano.
Quando raggiunsi il cortile, il terrore mi rubò il fiato. Caddi in ginocchio e guardai la testa del cane giacere lontano dal resto del corpo, orribilmente sparso assieme al sangue, ovunque. Era stato fatto a pezzi con ferocia.
Persi i sensi mentre Pietro, che mi aveva raggiunto nel frattempo, mi soccorreva.
Non ho bisogno di spiegarti quanta afflizione causò la perdita di Corsaro. Non ricordavo neanche di un momento in cui non era al mio fianco e adesso, all’improvviso, dovevo abituarmi al mondo senza di lui, l’unico conforto nella mia solitudine.
Forse fu questa la ragione per cui, non appena ripresi i sensi, mi accorsi che il mondo era cambiato. Il cielo si era ammantato di un colore cupo. Pietro era gentile come sempre, eppure il suo sguardo si era fatto bruciante, inquieto. Mi guardava con sospetto, a volte con riprovazione.
Poi, la casa. La casa era diversa. Le stanze respiravano e nello stesso tempo emanavano un odore differente dall’usuale. Certe volte, passando vicino a una stanza, coglievo una risata, un bisbiglio sommesso, al di là della porta chiusa. Se accostavo l’orecchio, sentivo un respiro dall’altra parte.
Allora aprivo la porta e mi accoglieva il silenzio.
Se prestavo ascolto, di sera, accanto al camino spento, mi accorgevo che echeggiava, in lontananza, l’ululato di un cane. Mi si stringeva il cuore.
Infine, i cambiamenti investirono il mio corpo. Cominciai ad avere l’impressione che il respiro non fosse in sincronia col cuore, bensì con una volontà estranea. La pelle mi si faceva fredda, quasi il sangue fluisse altrove. L’appetito scemava, la digestione era lenta. La consapevolezza di me, della mia coscienza… ecco, sentivo che mi sfuggiva via, acqua tra le dita. Gli incubi orrendi hanno cominciato a popolare le mie notti.
Dopo un mese ho saputo che aspettavo un bambino.
Avrei dovuto essere felice, ma l’aver concepito in una situazione così penosa ha reso i miei giorni grevi di angoscia. Non credermi pazza, se ti dico che è in atto una guerra, anche ora mentre scrivo, in questa carne… perché io e l’altra creatura stiamo lottando per rivendicarne il possesso! E ancora più in pericolo avverto l’integrità dello spirito… devo restare vigile per ricordare chi sono, chi sono stata e aggrapparmi a questa consapevolezza per non perdermi nel baratro dell’oblio. Lo so, lo so quello che stai pensando e me lo chiedo anch’io, se non sia invece il frutto di un’allucinazione della mente, di un’anima provata da emozioni inaspettate.
Se solo fosse viva nostra madre, se potesse acquietare i miei timori, le mie ansie! Pietro cerca di rassicurarmi, di convincermi ad attribuire tali oscure percezioni alla gravidanza e io so che devo ascoltarlo: lui mi ama, è un bravo medico.
Eppure questo bambino… se davvero è un bambino… ecco, questa cosa che mi sta crescendo dentro… si sta nutrendo di me, delle mie viscere, del mio sangue… e del mio spirito. Giorno dopo giorno mi infiacchisco, divento più debole e si approssima il giorno della resa. La creatura mi sta divorando, mi uccide goccia a goccia, lo sento farsi strada nel corpo e impadronirsi di me, brano a brano. Io lo so, ne ho la certezza: non è mio, non è mio il figlio che porto in grembo… È qualcosa di orribile, di spaventoso, che mi sta distruggendo. Proprio oggi, ho avvertito la sua estraneità a questo mondo così tangibile da esserne sicura: lui che verrà è qualcosa di antico, di più vecchio di me, avanza da lontano e non c’è nulla che possa fare per impedirlo.
Puoi capire adesso lo stato in cui mi trovo. Odo cose inudibili, vedo ombre dappertutto. Ogni giorno aggiunge un timore all’orizzonte. Mi sento inghiottire da una forza tanto superiore a me! Elisa, se non stessi per sposarti, ti chiederei di raggiungermi qui e subito. Ma se pure venissi in soccorso, so che non potresti comunque opporti a quanto accade ora.
Perché è qualcosa che va ben oltre la ragione e qualsiasi tentativo di descriverne la potenza è vano.
Prega per me.
Tua
Cecilia

15 Marzo 1929, estratto dal diario di Pietro Rinaldi

Prima che accada l’irreparabile, lascio questa mia memoria scritta dove sarà ritrovata, nel caso che si avverino certi miei presentimenti di un’imminente sciagura. Una gravidanza difficile ha ridotto mia moglie in condizioni tali da disperare per la sua sorte, motivo per cui ho deciso di operarla ed effettuare un cesareo anzitempo, nel tentativo di salvare la vita sua e del nascituro.
Ho motivo di credere che quest’ultimo sia la causa del malessere manifestatosi unitamente al concepimento, periodo durante il quale Cecilia ha cominciato a lamentare difficoltà nel suo stato generale di salute. Se gli incubi cui faceva cenno potevano essere senz’altro considerati come la manifestazione di paure inconsce legate alla gestazione, i mutamenti da me registrati nel metabolismo non trovano alcuna spiegazione documentata. L’inappetenza e la continua disidratazione non sono giustificate, dal momento che la paziente, consapevole della propria condizione, si sforza di bere e mangiare secondo necessità. La digestione appare di molto rallentata e si registrano asimmetrie tra il respiro e il battito cardiaco. Ma è la salute della sua mente a destare le maggiori preoccupazioni: riferisce di allucinazioni visive e uditive, trascorre la giornata in una condizione di perenne agitazione e irrequietezza, a tratti ha uno sguardo spiritato, a tratti spento e svuotato, al punto che si fa fatica a riconoscerla e lei stessa dichiara perdita di autoscienza.
Prendere atto dell’anomalia di tali sintomi giorno dopo giorno ha scatenato in me, suo medico curante oltre che suo marito, un oscuro senso di colpa, alimentato da un sospetto mal soffocato di essere la causa del suo stato. Nutro dei sospetti che all’origine di questo male ci sia una serie di azioni da me compiute nei mesi precedenti, anche se ammetterlo significherebbe credere all’esistenza di intelligenze diaboliche e forze irrazionali, in aperta contraddizione con tutto ciò in cui ho sempre creduto e operato.
Se la fondatezza di ciò dovesse mai essere provata, chiedo a Dio e agli uomini perdono per i miei peccati, quelli commessi e quelli ancora rimasti da portare a compimento.
La fonte delle mie preoccupazioni affonda nei mesi dello scorso anno in cui mi occupai di un paziente, da poco trasferito in paese, a nome Josef Nadeh. Costui, originario di Praga, si rivelò un uomo di eccezionale cultura e di raffinata educazione. Si era fatto inviare numerosi volumi, con i quali aveva allestito una generosa biblioteca personale che io, avendo avuto modo di osservare, ricordo essere composta per lo più da testi riferibili all’alchimia e alle scienze occulte. Ciò avrebbe fatto decadere il signor Nadeh nella mia stima, se costui non avesse dimostrato da subito un’intelligenza e una cultura superiori ai suoi cinquant’anni. Oltre a conoscere molteplici lingue, tra cui l’italiano, non era affatto digiuno di nozioni mediche e fu lui in persona a indicarmi le sostanze da utilizzare e i medicamenti da somministrare per lenire delle sofferenze che, diceva, lo affliggevano da tempo. Soffriva di dolori articolari, dovuti a una cattiva circolazione sanguigna, sommati a continui tremori e violente cefalee, le quali di rado gli consentivano il riposo. Non c’era cosa che rimpiangesse, soleva ripetere, più della perduta floridezza giovanile. Una volta, lasciatosi andare a confidenze, ammise che lo scopo dei suoi studi era scoprire se esistesse la possibilità di ottenere un corpo incorruttibile, eternamente giovane e sano. Io presi poco sul serio una tale confessione, registravo invece il progressivo aumento dei sintomi tipici del deterioramento veloce e incessante della senilità, chiedendomene la ragione, poiché il paziente non era anziano. In capo a pochi giorni egli arrivò a incontrare notevoli difficoltà per compiere azioni semplici e infine per la stessa deambulazione, motivo per cui venne costretto a letto. A metà circa dello scorso Agosto, fui chiamato perché l’uomo versava in condizioni disperate. Raggiunsi prima possibile la casa del mio paziente, ma non ci fu nulla che potessi fare: lo trovai spirato da almeno un’ora. Esaminai il corpo, il quale apparve di una vecchiezza decrepita e davvero straordinaria, dal momento che, durante la visita della settimana appena precedente, l’uomo aveva un aspetto assai migliore, mentre ora appariva rattrappito in se stesso, ridotto a pelle e ossa, l’epidermide traslucida. Dietro l’orecchio sinistro, profondi graffi disegnavano una sorta di rombo attorno a una piccola forma ovale. Come mi venne confermato dal personale della casa, il signor Nadeh aveva trascorso le sue ultime ore nello studio, dando precise istruzioni di non essere disturbato. Il cameriere, con una strana reticenza, aggiunse che circa due settimane prima erano stati consegnati dei documenti cui il malato aveva dedicato un’attenzione a dir poco febbrile e che qualsiasi tentativo di distoglierlo dagli studi era risultato vano. Credendo di arrivare all’origine del male che lo aveva divorato, chiesi di avere accesso alle sue carte. Sulla scrivania vidi, ancora aperti, dei volumi vetusti le cui pagine mostravano un antico linguaggio, a me ignoto. Accanto ai testi, giacevano le ultime tracce dell’attività terrena del signor Nadeh: probabilmente abbozzi di traduzione in inglese del contenuto dei tomi esaminati. Tra quei fogli, vergati a mano, vidi il simbolo già notato sul corpo dell’uomo.
Non so chi mi suggerì all’orecchio di portare quelle carte a casa, col pretesto di poterle esaminare con calma e sciogliere magari l’arcano di quella morte. Non potrei neanche dichiararmi sicuro di non averlo fatto, in realtà, sotto un qualche influsso maligno di cui all’epoca avrei negato l’esistenza e che soltanto adesso reputo possibile. Come basta poco per incrinare le convinzioni di un uomo! È stato sufficiente aver visto, dietro l’orecchio sinistro di mia moglie, lo stesso identico simbolo di Nadeh. Se fossi stato in grado di riconoscere i segni del male, forse avrei scongiurato le conseguenze degli avvenimenti che ora mi ritrovo a subire.
Tornato a casa, la sera venni raggiunto da Cecilia nel salotto e l’alano, che aveva vegliato su di lei sin da bambina, non faceva che ringhiare contro la borsa appoggiata sulla poltrona su cui ero seduto.
Pure quella notte, quella malaugurata notte, io, nello studio, presi a leggere la traduzione che il mio defunto paziente aveva scritto con una calligrafia leggibile e minuziosa. La lettura mi apparve enigmatica, facendo riferimento a nozioni delle scienze esoteriche a me ignote. Verso la fine del testo, il signor Nadeh, ormai moribondo, con scrittura tremante aveva tracciato incomprensibili versi, che mi ritrovai a ripetere ad alta voce, quasi fossi in trance.
Appena terminata la lettura, sentii un urlo. Era Cecilia. Uscii subito dallo studio, ma la camera da letto era vuota. Allora mi accorsi della porta di casa che sbatteva, aperta, e mi precipitai fuori. Ricordo la pioggia uniforme e i lampi in lontananza, mentre la luna livida illuminava mia moglie che faceva a pezzi Corsaro con le sue mani. Era in preda alla furia e, quando si accorse della mia presenza, si voltò a guardarmi per sorridermi folle, la bocca piena di sangue, prima di perdere i sensi.
La ripugnanza della scena mi aveva trapassato l’animo, tuttavia mi imposi di prenderla tra le braccia e riportarla a letto. Ripulendola dal sangue, notai dietro l’orecchio sinistro profondi graffi che formavano il noto simbolo e si insinuò il dubbio, nella mia mente, di aver contribuito a un disegno, di essere la causa dell’irrazionale comportamento di Cecilia.
L’indomani ella mostrò di aver dimenticato quanto accaduto la notte precedente e io decisi per il suo bene di non informarla. Nei giorni successivi, pur comportandosi in modo insolito, non diede luogo ad azioni analoghe a quelle già compiute. Lamentava di non riuscire a dormire bene e mangiava con sempre meno appetito, però non dava segni di squilibrio mentale.
Altre erano le notizie che mi inquietavano, nel frattempo. Fu istituita un’inchiesta per chiarire le cause della morte di Josef Nadeh, il quale, come venni a sapere, era ricercato a Praga, per via di certe segrete relazioni che lo legavano a personalità in odore di occultismo e vampirismo nelle città di Salem e Providence. Venne alla luce un oscuro carteggio in codice che coinvolgeva il mio defunto paziente e, in qualità di suo medico curante, fui interrogato numerose volte. Io stesso mi dichiarai disposto a collaborare con la polizia affinché sulla vicenda si diradassero le ombre che aleggiavano anche sulla mia famiglia. Consegnai tutte le carte sottratte nel giorno del decesso e potei così partecipare alle indagini in corso. Il carteggio venne decifrato e, proprio quando furono confermati i miei sospetti, ossia che i fogli da me consegnati alle autorità riferivano di un rituale occulto, ebbi la conferma che Cecilia era incinta.
Che quella gravidanza fosse innaturale era più di un timore, e a supporto di ciò subentrarono tanto i peggioramenti progressivi nella condizione di salute di lei, quanto le scoperte che gettavano una luce sempre più inquietante sul caso Nadeh. I domestici della sua casa riferirono delle stravaganze dell’uomo ricco e solitario, delle sue attività notturne e dei rumori inquietanti provenienti dal suo studio, mentre vi lavorava. Da un’indagine parallela che coinvolgeva altri soggetti d’oltreoceano, Josef Nadeh risultò coinvolto in riti collegati a misteriosi furti nei cimiteri del New England, in cui dei cadaveri venivano dissepolti e trafugati. Avvenimenti mai chiariti del tutto riguardavano marinai e schiavi perduti nel nulla, fattorie che celavano sotterranei in cui si rinnovavano misteri ripugnanti e il figlio di un gentiluomo di Providence impazzito, rinchiuso e infine scomparso. Mi riempì di terrore apprendere l’effettivo anno di nascita dell’uomo che avevo conosciuto come cinquantenne, perché risultò vecchio di secoli. E, a questo proposito, ricordai le confidenze circa la possibilità di ottenere un corpo incorruttibile.
In quale modo Nadeh e i suoi compari tentavano di raggiungere tale potere? Non ci fu mai totale chiarezza circa questo punto, ma ebbi occasione di chiedere a un esperto dell’esoterismo dettagli circa il simbolo che avevo visto dietro il collo di mia moglie. Glielo disegnai e osservai terrore e meraviglia dipingersi sul suo volto, poiché aveva visto quel simbolo solo una volta, dai segni che un vecchio sciamano aveva tracciato sulla rena. In proposito sapeva molto poco e supponeva fosse un rito ancestrale che sanciva il patto con uno spirito, un’entità soprannaturale. Le richieste formulate a tale entità necessitavano di una contropartita, il classico do ut des celato nelle storie tramandate dai nostri avi da generazioni. Se era possibile per me immaginare cosa Nadeh potesse avere chiesto all’entità soprannaturale, tremavo al pensiero di ciò che doveva essere stato promesso in cambio.
Allo stato attuale non c’è speranza di sapere di più, d’altro canto quanto so è sufficiente per credere alla possibilità che la notte in cui lessi le carte di quel pazzo diedi inizio a un orrore che ora sta crescendo nella mia casa.
Allo scopo di porvi fine, sono intenzionato a strappare dalle viscere di mia moglie ciò che la sta condannando a morte e, una volta nelle mie mani, se ne riconoscerò le tracce immonde, farò quanto deve essere fatto per restituire alla terra quanto gli è dovuto. Ho chiamato ad aiutarmi una sola persona, una ragazza di paese che mi ha già assistito da levatrice e che potrà occuparsi del bambino, se – e così voglia domeneddio – ci sarà un bambino, stanotte. Ho accennato qualcosa ad Antonietta e dalla sua reazione ho capito che, a dispetto della giovane età, è una donna giudiziosa e mi servirà come meglio potrà.
Libera nos a malo, Domine. Guida la mia mano e fa’ che non tremi.
Pietro Rinaldi

22 Marzo 1929, Castello dell’Abatemarco, lettera di Antonietta Cerasi

Mamma, per nulla al mondo sto un’altra settimana in questo posto maledetto. Qui ci abita il Demonio, ho visto i segni. Ci ero venuta qui perché la magara mi aveva detto che ci potevo venire e mi aveva fatto il contraffascino, però non basta contro il Demonio in persona.
Lo so che abbiamo bisogno di soldi e pure per questo c’ero venuta, ma il dottor Rinaldi non c’è più, lo sai che è morto una settimana fa! Mi hai detto di restare per vedere se la signora mi pagava, ma quella a pagarmi non ci pensa proprio. Sta sempre seduta in poltrona, canta le litanie e guarda come uno che ha fame. Lei guarda me, mamma, con gli occhietti rossi. Finora non mi ha preso, ché porto sempre con me i tre fogli di palma benedetta, i tre grani d’incenso e i tre chiodi, però ci ho paura lo stesso perché quella guarda come un’affamata. Se almeno c’era ancora il dottor Rinaldi, pace all’anima sua! Mi aveva detto che potevo pensare al bambino, se ce la faceva a farlo nascere. Quale bambino? Qui di bambini non ce ne sono e se ce n’erano quella li aveva già mangiati!
Dopo quello che è capitato qui, questa è la casa del Demonio! Ho avuto paura a parlare ma ora ci ho più paura a stare zitta, perché me ne devo andare e dovete sapere perché me ne devo andare. Ho paura pure a chiudere gli occhi, meglio stare svegli, ché di notte ci sono cose che non dormono.
La settimana scorsa il dottore mi aveva chiamato, doveva operare la signora. Però mi aveva detto che forse c’erano “influenze maligne”, così le aveva chiamate, e io mi ero fatta dire dalla magara tutto quello che dovevo fare e avevo tutto pronto. Mi ero fatta dare dall’abate l’acqua benedetta e le erbe. Prima di iniziare, fuori la casa ho sputato tre volte e ho fatto tre volte l’invocazione a Santa Barbara.
Poi sono entrata nella stanza, dove la signora dormiva per la medicina. Il dottore l’ha aperta nella pancia, ma per sbaglio il bacile con l’acqua si è versato a terra e subito sono andata a prenderne altra perché quella che avevamo non bastava. Mentre ero fuori ho sentito un urlo fortissimo e spaventoso e quando sono tornata nella stanza… ho visto la schiena del dottore passata da parte a parte da… non so cosa… sembravano i rami neri di un albero, che subito sono spariti… non ho guardato bene, ero morta di paura e c’era tutto quel sangue, ma sembrava qualcosa… di nero, una massa nera come un grosso ragno che tornava nella pancia della signora! La signora fino a quel momento aveva avuto gli occhi chiusi, ma li ha aperti proprio all’improvviso e anziché guardare il marito che urlava, caduto a terra, guardava… me, leccandosi le labbra! Gesù, Giuseppe e Maria, mi sono segnata e ho recitato il pater noster e sono scappata fino all’abbazia, ho fatto uscire l’abate e l’ho costretto a tornare con me nella stanza. La signora era stesa immobile in mezzo al sangue, ma respirava ancora. Quello che non respirava più era il dottore, seduto con gli occhi spalancati e il cuore spaccato. Sono andata vicino a lui con l’acqua e gli ho pulito la faccia piena di sangue. Facevo tutto come una macchina, non so bene se ero io che lo facevo. Poi ho chiuso gli occhi anche io.
Credevo che moriva pure la signora, ma Dio l’ha fatta vivere e io sul momento ero contenta, ma adesso capisco che era meglio se moriva lei quella notte. Sta sempre seduta in casa o in giardino. Non parla mai, canticchia solo appena, la maledetta. Oggi ho cercato di farla mangiare e sapessi come mi ha guardato! Quello è lo sguardo del gatto quando sta per mangiare il topo! La pancia della signora non è più gonfia, tutti mi hanno chiesto dov’è il bambino ma io che devo rispondere? Non l’ho mica visto. Non lo so. Non c’era nessun bambino. Forse non c’è mai stato e abbiamo sognato tutto. Ma io lo so che non ho sognato, perché la signora mi guarda con quegli occhi cattivi ché ha fame. Credo che è il Diavolo, il Diavolo punta i giovani quando ha fame. Ho chiesto all’abate di farli dormire qui, i domestici della signora, se no non ci restavo, neanche questa notte.
Io domani mattina, ve lo giuro, anche a piedi torno a casa e pazienza se mi aspettano le botte.
Antonietta Cerasi

Verbale di polizia n.19

In relazione all’incendio scoppiato nella notte tra il 22 e il 23 Marzo 1929 presso il castello dell’Abatemarco, che ha distrutto l’abitazione e lambito parzialmente l’Abbazia adiacente, si verbalizza la dichiarazione di Raffaellina Stasi, domestica stabile della famiglia Rinaldi, di anni 51, nubile, residente in S. Maria del Cedro, via dell’Annunziata 14:

“Sono stata svegliata intorno all’una di notte da grida e colpi provenienti dalla stanza da letto vicino alla mia. Mi sono avvolta con la vestaglia e sono andata a vedere cosa accadeva: ho avuto perciò modo di vedere un furioso litigio in atto tra la padrona di casa, la signora Cecilia Rinaldi, e una ragazza del paese, Antonietta Cerasi, che da qualche giorno risiedeva al castello per assistere la signora, da tempo malata. Nella colluttazione, una lampada a petrolio è caduta sul tappeto, causando un incendio prodigiosamente propagatosi alle tende e al resto del mobilio di legno. Ripeto “prodigiosamente”, perché io e Antonietta siamo intervenute per evitare il peggio, senza riuscirci, in quanto la stanza è stata subito invasa dal fumo. Quando fu chiaro che non avremmo avuto il tempo di salvare le cose, abbiamo cercato di mettere in salvo almeno le nostre persone, ma la signora Rinaldi era caduta in uno stato catatonico e si è opposta a tutti i miei tentativi di farla uscire dalla camera. Mentre scappavo, mi sono voltata per un attimo e ho visto parte del tetto infuocato caderle addosso. A fatica io e Antonietta siamo uscite dalla casa, io illesa e Antonietta con un profondo graffio dietro un orecchio, senz’altro inferto nel corso della lite.”

Non essendoci altro da aggiungere, la dichiarazione è stata resa addì 23 Marzo 1929.MiniLuniversoLovercraft

Racconto completo di Emilia Cinzia Perri, pubblicato nel Dicembre 2014 nell’antologia “L’universo di Lovecraft”, a cura del Circolo Cult. Lett. ESE SCIFI.
Nella foto: “Underwater scene” di Alfred Kubin.
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