Il segreto del liuto

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Era Mastro liutaio da trent’anni e quel liuto avrebbe voluto tenerlo. Ma il giovane figlio del re, durante una battuta di caccia aveva scoperto la sua bottega nel bosco, e adesso lo stava chiedendo per sé.
– Dimmi il suo costo. Si tratta dello strumento più bello tra quanti ho mai visto.
Asserì il ragazzo con voce cristallina, che sapeva farsi diamante.
Mastro Hardun sospirò, sgonfiando il ventre di zampogna.
– È l’unico pezzo da cui non posso separarmi, maestà. Qualsiasi altro lo pagherete metà: lasciatemelo, vi prego.
– No. Lo comprerò al doppio, piuttosto. Non temere, sarai ben servito.
Gli occhi cupidi del ragazzo, fissi sul prezioso manufatto, non lasciavano spazio a un rifiuto. Con ogni probabilità – pensò il vecchio artigiano – il principe credeva che il liutaio intendesse mercanteggiare sul prezzo.
Il guscio, la tavola armonica e il manico perfetti sarebbero bastati da soli a testimoniare l’eccezionalità dell’oggetto. L’erede al trono non sapeva, però, che era la singolare genesi a renderlo speciale per il Mastro.
L’anziano fabbricante allungò i polpastrelli sulle corde ben tese dalle viti. Le accarezzò e, sensibili al tocco, esse vibrarono. A quel suono, ricordò tutto, neanche fosse accaduto il giorno stesso.
Almeno trent’anni erano passati, invece.

Rosse chiome d’acero, pelle d’ebano e occhi di quercia verde. Il corpo da ninfa imperlato di rugiada non riusciva a nascondere, lungo le forme armoniose, il male che la divorava.
L’aveva accolta in casa, dopo averla sorpresa sulla soglia, piegata in due.
Quand’era bambino, sua madre lo ripeteva spesso, come un tempo aveva fatto sua madre con lei, che gli arboriani, gli spiriti dei boschi, a volte si ammalano e devono essere curati. Costoro prendono un aspetto gradevole, di una giovane donna o di un bambino roseo: in questo modo è più facile avere quanto cercano; né del resto corrono pericoli, perché sono invisibili agli animi dei perversi. Sebbene nulla ci sia a distinguerli dai comuni esseri umani, della loro natura “uno si accorge se ce l’ha davanti”, si diceva tra i pochissimi uomini che si ostinavano a dimorare nel bosco, al pari di bambini attaccati alla madre.
Facendola coricare sull’unico letto, Hardun si era chiesto in quale modo potesse prestarle soccorso. La donna aveva l’affanno, la fronte contratta dal dolore. Col passare dei minuti, l’uomo si rese conto che quel corpo aveva bisogno di assumere acqua. Tuttavia, la creatura non riusciva a bere da alcun bicchiere. Allora, in un lampo d’intuizione, il liutaio prese un recipiente, lo riempì con acqua fresca di pozzo e vi depose i piedi della giovane. Lentamente, il livello del liquido si abbassò e la ninfa sembrò stare meglio.
Nei giorni seguenti, l’artigiano continuò il proprio lavoro, riempiendo di tanto in tanto il bacile. Sulla parete un orologio ligneo, fermo da un’eternità, segnava la medesima ora: tempo che lasciava indietro il tempo, a scandirlo soltanto la fatica.
Il fuoco dimesso nel camino, la pentola di rame che sussulta, la penombra della sera, la mobilia scarna, l’umile giaciglio, gli attrezzi da lavoro usurati. L’ospite inattesa sembrava appartenere al luogo, da sempre.
Tra l’uomo e la donna non c’era alcuno scambio verbale, solo il silenzio vecchio del mondo, il silenzio condiviso dei sapienti.
– Arielle. Sono Arielle.
Disse una volta, rispondendo a una domanda muta.
Hardun annuì, i giovani lineamenti già scolpiti con l’accetta, e proseguì il lavoro. Accordava, tagliava, legava. Assemblava i pezzi degli strumenti musicali, faceva vibrare le corde, controllava la genuinità del suono.
Giorno dopo giorno dopo giorno.
L’uomo lasciava di rado la casa-bottega; del resto le provviste erano numerose e l’inverno inoltrato.
Talvolta usciva per legna. Abete rosso, acero e palissandro. Anche se le assenze erano necessarie, lui non rimaneva a lungo lontano dalla stanza e dalla dimensione magica che esisteva per loro due, soli.
Finché lei infranse l’incantesimo silente.
– Sai suonare?
Chiese, la voce un fruscio di foglie accarezzate dallo zefiro.
– So costruire lo strumento, non dargli vita.
Rispose Hardun, sincero.
– Dunque lo farò io per te.
Arielle, quasi non fosse mai stata a letto malata, si drizzò in piedi e, con agilità, si impadronì del liuto vicino a lei.
Lo strumento cantò e si fece fiume.
Lo scorrere limpido di armonie si insinuò sottile e senza peso. Hardun vide monti ombrosi all’orizzonte, mentre un rivolo di vento passava in mezzo alle gambe senza fargli piegare le ginocchia. Avvertì il soffio profumato della primavera. Udì risate di bambini, capì che una madre li rincorreva senza raggiungerli. Poi l’estate volse al termine; il ritmo autunnale breve e intenso fece strada al timbro grave. La neve coprì il mondo, facendone un manto puro e intatto… pace per ogni cosa.
Quando la musica finì, le lacrime dell’uomo avevano già percorso molte volte la via del precipizio senza ritorno.
— Ecco la ragione per cui sono qui. – annunciò l’essere fatato – Migliore tomba non sarebbe per me di questa.
Indicò l’oggetto appoggiato al braccio.
— Cosa dici?
— L’ora è giunta. Che io non mi spenga completamente, però, dipende solo da te.
Gli occhi smeraldini non abbandonavano il manufatto. Hardun scuoteva la testa, non osava affrontare né lei né quanto chiedeva.
— Non capisco, mi sembra tutta una follia.
— Voglio suonare per sempre. E so che realizzerai il mio desiderio.
Arielle gli andò vicino e mostrò la bella mano d’ebano, aperta come l’evidenza delle sue parole. All’artigiano parve di intravedere i tendini quali corde tese.
Allora osò guardarla in viso, e lei lo implorò con lo sguardo.

L’anziano Mastro si chiedeva adesso se dovesse confessare la verità al principe.
Ma come spiegare l’inspiegabile? Come far intendere la realtà sepolta in un mondo dalla consistenza del sogno e la certezza dell’incubo? Come dimostrare che non si trattava di un’invenzione della mente, ormai gravata dall’età?
Lui stesso dubitava della verità.
No, era deciso: il segreto l’avrebbe conservato nel suo scrigno naturale. Il cuore.
Cedette il liuto e tacque.

Tempo dopo, seppe che il figliolo del re non aveva più potuto separarsi da quello strumento. Anzi, era solito accompagnarlo un musico, perché lo seguisse ovunque, suonando armonie sublimi.
Con amarezza, Hardun pensò alla grazia dell’essere fatato che sapeva ancora ammaliare, e una piega gli increspò la fronte.

Racconto completo di Emilia Cinzia Perri, pubblicato parzialmente in occasione del contest “La musica” organizzato da Fantasy Magazine, Gennaio 2014.
Nella foto: “Suonatrice di liuto” di Orazio Gentileschi.
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