La dama in rosso

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Giovanni percorreva il vicolo buio, incurante degli sguardi dei derelitti che incrociavano i suoi passi per le calli di Venezia. Ai suoi occhi, quei disgraziati apparivano quali sarebbero stati in un futuro non troppo lontano: cadaveri putrefatti, scheletri nudi e misere carcasse.
Da un momento preciso, nella sua esistenza, la visione delle cose e delle persone era mutata: attorno a lui non c’erano che rovine e salme in decomposizione. Le carni imputridivano, ospitando vermi; i seni delle donne, pieni di rughe, si avvizzivano e cadevano brano a brano; i capelli si imbiancavano, crescevano e cadevano a velocità accelerata.
Quando consegnava i soldi dell’affitto al padrone di casa, cercava di non fissarlo nelle orbite prive degli occhi. Non faceva notare al facchino che le mani si sarebbero staccate dal braccio per il peso della valigia, né consigliava alla figlioletta del portiere di tagliarsi le unghie smisurate.
L’uomo ricordava il giorno, l’ora, il punto esatto da che tutto era cominciato. Durante l’ultimo Carnevale, l’istante in cui aveva posato gli occhi su di Lei.

Lei, nel suo domino rosso, gli occhi neri dietro la maschera, il viso incipriato da bambola di porcellana. Le braccia scoperte e tornite, i capelli di un corvino capace di sfuggire alla vecchiaia, la risata argentina.
Si era trattato di un amore bruciante, il primo e l’unico della sua vita, una passione che lo aveva preso, divorandogli l’anima. Se l’intensità di quel sentimento fosse dovuta al fatto che si trattava di una storia mai nata, nessuno avrebbe potuto saperlo.
Non gli era riuscito di carpirle il nome né aveva trovato qualcuno, tra i presenti, che fosse in grado di indicarne la casa o la famiglia.
Da allora non faceva che sognarla. Sognava di rubarle un bacio sulle labbra rosse di fuoco, di incendiare l’incarnato delle sue gote con lodi appassionate, di accenderle il desiderio negli occhi profondi come la notte.
Incapace di trovare requie alla sua ossessione, passeggiava a lungo, per strade maestre e secondarie, vicoli male illuminati e quartieri malfamati, dove era solito cedere a un vecchio vizio, peraltro l’unico: l’oppio. Nella fumeria clandestina un po’ alla volta lo spogliarono di tutto: l’orologio, il cappello, il portafogli, senza che se ne curasse.
Un pomeriggio la vide: la donna in rosso passeggiava sul Ponte dei Mendicanti, eternamente giovane in un mondo di morti viventi. Prese a inseguirla ma, per quanto ci provasse, non riusciva a raggiungerla. Eppure Lei procedeva lenta, mentre lui correva a perdifiato.
Corse a lungo senza poterla avvicinare.
Un’altra sera la vide appoggiata alla balaustra di un palazzo signorile. Dalla strada la chiamò, implorando un segno di benevolenza.
Lei gli lanciò una rosa.
Lui bussò al portone senza che nessuno gli aprisse, finché un passante lo avvisò che l’edificio era disabitato da tempo. Giovanni mostrò la rosa all’uomo per fargli capire che si sbagliava, prima di accorgersi che quanto stringeva tra le mani era un pugno di cenere.

Quel Novembre si trascinò stancamente, l’aria si fece insalubre e gli uomini cominciarono a morire. Il padrone di casa, il facchino, il portiere e così le loro famiglie. La città diveniva tutta una piaga, ma Giovanni, incurante del contagio, continuava a cercare Lei per le piazze desolate, le stanche calli, le vie sferzate dal morbo.
Una volta un piccolo mendicante gli chiese aiuto e l’uomo vide la dita del bambino cadere una a una, poi il palmo lasciare il posto a un moncherino insanguinato e questo infine ridotto in polvere. Giovanni non sapeva dire se ciò fosse frutto della sua fantasia o se accadesse nella realtà.
Andava sempre nella fumeria dove i clienti, ormai cadaveri, giacevano al suolo. Si distendeva in mezzo a loro, per lui non c’era differenza se gli altri erano vivi o morti. Credeva di essere pazzo.

Finì Dicembre e un silenzio di morte avvolgeva la città, quando trovò sul comodino una lettera.
Era Lei. Gli dava appuntamento proprio in quella stanza, a mezzanotte.
Giovanni indossò il vestito migliore e si sedette sulla poltrona preferita, ad aspettare.
Mentre le ore scorrevano lente, vedeva nello specchio il suo stesso corpo marcire con grande rapidità, lasciando il posto alle ossa. Dal volto la pelle si assottigliò, mettendo allo scoperto i muscoli sottostanti, poi i muscoli si ritirarono, facendosi bianchi e mostrando le ossa nude. Le membra si seccarono, inaridirono e si restrinsero attorno allo scheletro. Anche i vestiti, dall’aspetto liso, cambiarono colore.
Eppure Giovanni ancora aspettava.
Suonarono dodici rintocchi, Lei fu puntuale e la porta si aprì.
Apparve bella come la prima volta che l’aveva vista. L’uomo non resistette, chiese subito:
– Ora ditemi chi siete.
– Sono la tua memoria.
– La mia memoria?
– Sono il ricordo di ciò che sei e che volevi dimenticare, al punto da prendere sembianze umane e stordirti d’oppio.
– E perché non hai fatto altro che fuggirmi?
– Eri tu a fuggire me: avresti potuto afferrarmi in qualsiasi momento, ma avevi troppa paura. Paura di conoscere.
– Conoscere… cosa?
– La tua vera natura. Tu sei Pestilenza e porti il fardello di arrecare una morte orribile a chi ti incontra. Quando mi hai vista, sei stato in grado di vedere anche quanto avresti donato agli uomini.
Giovanni si alzò, guardando la propria immagine allo specchio. Era uno scheletro spaventoso, avvolto da panni verdi come bronzo arrugginito.
Riconosceva la Verità ora che l’aveva davanti.
La donna, andando alla finestra, indicò la strada, dove tre cavalieri, uno bianco, uno nero e uno rosso, lo attendevano.
– Vai, adesso. Loro ti stanno aspettando.
Pestilenza seguì il proprio destino e nella notte buia si unì ai suoi simili.

Racconto completo di Emilia Cinzia Perri, pubblicato nel sito Sognihorror.com nel 2015.
Nella foto: maschera veneziana.
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