Sic Transit…

sictransit

L’inquietudine nella chiesa si aggira come un serpente silenzioso. Seppur invisibile, piccoli indizi tradiscono la sua presenza: uno scatto improvviso, una voce dal timbro roco, una smorfia di insofferenza.
Sarebbe impercettibile per qualcuno che non appartenga all’ambiente. Ma non c’è altro luogo che io conosca altrettanto bene, perciò nulla mi sfugge delle dita nervose e ingioiellate dei nobili, del capo chino e quasi rassegnato dei ricchi mercanti, delle rughe scavate dei mendicanti cui, nel fondo della navata, in piedi, non si nega la funzione domenicale, la messa dei fedeli.
Anche Fra Girolamo sembra diverso, più pacato, mentre pronuncia il Sancte Pater.
Procede a incensare l’altare, mi guarda sorridendo, poi osserva con autentica commozione il crocefisso. Viene il momento del dialogo muto con i credenti, il ringraziamento e il Sanctus. La voce si propaga chiara per le navate impreziosite dalle candele.
Per ipsum, cum ipso, in ipsum.
Ecco la solenne Eucaristia, che eguaglia il povero al ricco.
Questo è un momento di pace. Eppure, oggi, qualcuno mormora. Come un’onda portata dal mare, mi arriva l’eco di un bisbiglio.
“Stanno arrivando”.
Stanno arrivando. Chi sta arrivando? Chiunque sia, capisco che ha a che fare con la dissonanza che sento nell’aria, l’incertezza di questo giorno che volge verso il suo termine.
L’aria è satura di incenso.
Ite, missa est.

Il numero di osservanti diminuisce di settimana in settimana.
L’inquietudine avanza, ormai è incisa nei visi sempre più segnati dalla preoccupazione. I fedeli volgono i loro sguardi verso l’altare, in cerca della speranza.
In attesa di una risposta.
Ite, missa est.

Una Domenica vedo due frati uscire dalla sagrestia e avanzare verso di me, lungo il corridoio laterale della chiesa. Incuranti della mia presenza, discutono animatamente. Uno di loro è Fra Girolamo, che si lascia sfuggire con tono sbigottito:
– Un pugno di delinquenti… credono davvero di poter sottomettere Roma? La bella Roma, ricca di storia e di trofei, la città eterna?
L’altro frate, più giovane, ribatte provocatorio:
– Roma non è più Roma, caro fratello. E i vincitori di ieri possono diventare i vinti di oggi.
– Fatico a immaginarlo. La memoria ancora tramanda il valore di quei generali e di quegli imperatori il cui nome è più duraturo del bronzo…
– È vero. Peccato che quei generali, quegli imperatori, quegli uomini i cui nomi sono scolpiti nella storia, siano polvere da più di mille anni.
– Si dice che il conestabile di Borbone, il comandante dell’esercito nemico, sia stato ucciso da Cellini.
– Ma questo non li ha fermati e raggiungeranno presto la città per fare un saluto al Santo Padre!
– Le nostre mura sono solide, inespugnabili.
– Non esiste muro che ripari dalla sete di razzia e violenza dei Lanzichenecchi… chi può, sta lasciando la città. E senza voltarsi indietro.
Frate Girolamo si segna di fronte all’altare e, salite le scale, si ferma per pregare di fronte al crocefisso. Tutt’intorno i crisantemi ricordano la messa solenne per il defunto che da lì a poco deve celebrare.
L’altro frate lo lascia pregare. Attende e, quando ha finito, si accomiata da lui con un’esortazione che accompagna i suoi passi, sempre più lontani:
– Finché puoi, fuggi anche tu! Non essere sciocco, di’ alle tue pecorelle di mettersi al riparo. Il lupo non avrà pietà.
L’eco di quelle parole risuona nella chiesa vuota come una profezia. Frate Girolamo prega a lungo, prima di alzare gli occhi al cielo e mormorare piano:
– Le statue sono mutilate. I libri di storia ammuffiscono. Fuggire non risolve ciò che siamo. Polvere, e nient’altro. Sia fatta la Sua volontà.

Accade di rado che io lasci la chiesa. Però ora frate Girolamo, dopo avermi preso dolcemente tra le braccia, mi conduce oltre il pesante portone di noce. Fuori, una piccola folla ci attende. Quando usciamo alla luce del sole, i presenti fanno il segno della croce.
Un desolato chiarore illumina la città. Le strade sono invase dal luridume, panni e oggetti lasciati all’incuria. Due preti davanti a me pregano in latino, la folla ripete fedelmente le loro parole. Dei bambini si divertono a inseguire gatti che si intrufolano tra le gambe dei presenti. Un altro frate benedice tutti con l’acqua santa.
Mendicanti, poveri, nobili e ricchi si uniscono alla processione. Mi trasportano con delicatezza mentre percorrono le strette viuzze, i grandi viali, il lungofiume, fino a raggiungere una grande piazza.
Qui tra gli altri, cantando dolcemente, ci attendono le suore.
Una di loro si avvicina a Girolamo. Ha gli occhi chiari e gentili. Poggia la propria mano sulla sua, poi mi accarezza. Sembra sul punto di piangere e continua a guardare il prete.

È ancora giorno quando mi raggiungono grida disperate. Vengono da fuori.
Durano un tempo infinito.
Uomini, donne, bambini, vecchi. Un unico atto di dolore che si innalza fino al cielo, lo strazio domina il mondo.
Quando tacciono, è ormai sera. Regna il silenzio, l’oscurità avanza.
Nella penombra dell’abbazia, li vedo sopraggiungere dapprincipio guardinghi, come in cerca di fila nemiche. Avanzano in gruppo, un passo dopo l’altro, leggeri nelle braghe sgargianti. La perlustrazione non riserva imprevisti e presto si sventagliano per le navate col passo spavaldo dell’impunità.
Due di loro trovano il piccolo prete rannicchiato nel confessionale: odo risate innalzarsi dalla bocca dell’inferno, cui fa da contrappunto una preghiera sommessa. Agnus Dei, qui tollit peccata mundi
Dio lo ha ascoltato, la sua agonia è breve, il grido smorzato indica che il soffio della sua anima s’invola verso il Paradiso.
Addio, Fra Girolamo. Ricordo il tocco rispettoso delle tue dita come un simulacro di purezza.
Sono rimasto solo.
Sono soli anche loro, lo sanno e si proclamano vincitori una volta di più: lo intendo dalle urla giubilanti, dagli strappi dei paramenti sacri, dai copripanca ricamati buttati a terra come stracci, dalle vetrate infrante, dai litigi per gli oggetti liturgici più pregiati.
Si aggirano nel territorio conquistato infuriando da dominatori, si accaniscono contro i quadri e le immagini sacre, calpestano le tombe dei principi custodite nei pavimenti, morti che calpestano altri morti, con la gioia di chi entra nel talamo per profanare la sposa legittima.
Se solo potessi, fuggirei la loro vista.
Ma è giunto il mio momento… quello che avanza, annunciato dai colori squillanti, deve essere il capo: muove passi decisi nella mia direzione, verso l’altare. Un fascio di luce gli sferza il volto: è una maschera di marmo, ricoperto di collane d’oro che tintinnano non appena sfiorano il metallo dell’armatura. Afferra l’ostensorio accanto a me e lo nasconde in un sacco. Poi mi nota e con un ghigno a metà si umetta le labbra.
Ora incombe enorme e dalle sue guance vermiglie mi si riversa addosso il suo alito caldo.
Nonostante io sia piuttosto giovane, avendo toccato neanche un secolo, è facile che attiri l’attenzione.
Così avverto i calli delle sue mani percorrere i miei intarsi dorati, le sento riconoscere le mie pietre dure colorate tra i bassorilievi, indugiare sul mio bronzo finemente cesellato.
Pesa, soppesa, valuta. Non vede altro, di me.
Mentre mi esamina, qualcosa brilla nel suo sguardo: ciò che vi luccica è il piacere del commisurare il mio valore o è il mio riverbero a riflettersi nelle sue pupille?
D’un tratto i suoi occhi si fermano inorriditi, fissando quanto veglio da sempre: è una reliquia, la piccola clavicola di un santo. Sulla sua fronte le sopracciglia si uniscono, decretando la mia condanna a morte; innalza la spada a due lame, pronta a calare su di me. Non posso fare nulla per impedirlo: non sono che un reliquario, un oggetto incapace di opporsi alla violenza che lo sovrasta.
Eppure in un attimo mi raggiungono, sovrapponendosi, miriadi di ricordi. Perché io, muto testimone del tempo passato, ricordo tutto e tutti li vedo ora, quasi li avessi davanti.
Migliaia di uomini e donne, fratelli in Cristo, si inchinano di fronte a me, abbracciandomi con sguardi carichi di speranza e di fiducia nel futuro e, mentre intorno si sparge l’incenso, l’anima si fa più pura, i cori si innalzano a gara con gli angeli, Gloria in excelsis Deo, lo sposo bacia la sposa, s’intona la dolorosa litania funebre, esplode in un vagito la sorpresa del nuovo nato.
Muore il mio mondo con me. Uno squarcio, poi il buio.

Racconto completo di Emilia Cinzia Perri, edito nell’antologia “Espressioni d’autunno II ediz.”, editore La Lettera Scarlatta, Gennaio 2015. Nell’ambito della selezione, il racconto vince il premio speciale assegnato dall’associazione culturale “Habeas Corpus” (sezione C, Narrativa). Un estratto di questo racconto è stato letto in occasione della premiazione, il 29 Novembre 2014, al PAN di Napoli.
Nell’immagine: Reliquiario di San Flaviano patriarca e martire.
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