Parade Picasso

Pablo_picasso

La prima parola è stata “matita”. Il primo punto, una macchia di colore. La virgola, un angolo di novanta gradi.
Scrivevo pittura come gli altri bambini l’alfabeto e ho sempre scritto moltissimo.
A sei anni dipingevo come Raffaello e chiunque vedesse i miei disegni si prostrava come di fronte alla Madonna. Tutti, tranne lei. Aveva occhi bianchi spiritati e capelli neri, neri come la sua pelle, una massa scura e ingombrante. Era più grande soltanto di qualche anno, eppure mi sembrava una donna, bellissima e paurosa. Il suo nome è un mistero, ma nella nebbia dei sogni si staglia netta la sua figura china, che controlla i miei disegni, poi quelli degli altri bambini. Mi trafiggevano le sue parole: urlava che sapevo creare solo terribili scarabocchi, mentre i segni ingenui, infantili dei miei coetanei erano autentiche prove d’arte.
Quindi svaniva come una dea, allontanandosi a grandi passi verso i bordelli di Colle Avignon, a Barcellona.

D’un tratto mi sveglio nel mio letto, a Montparnasse. È il Luglio del 1907, sono tutto sudato, ho gli occhi spalancati e una voglia da placare. L’immagine di quella donna: un chiodo conficcato nella mente.

Un’ora più tardi raggiungo il Palais del Trocadero: la pittura, istinto primario, è più forte di me, mi fa fare ciò che vuole. Realizzo che sono di fronte al Museo Etnografico quando annego in un disgustoso mercato delle pulci. Puzzava. Ero solo. Volevo andarmene, ma non me ne andavo. Restavo. Restavo e andavo sempre più giù, le maschere africane mi venivano incontro. Non erano sculture come le altre, non lo erano per niente.
Toccai la consapevolezza del fondale: quelle figure nere, scolpite con l’accetta, erano armi. Bellissime e paurose, armi che gli uomini si fabbricano contro gli spiriti, i fantasmi che si figura la mente, i loro demoni interiori.
Allora torno sui miei passi, la febbre addosso, e mi chiudo nello studio: devo scomporre, sommare, decomporre i volumi alla ricerca dell’artista bambino. Nella prima età dell’uomo si nasconde il magma primordiale dell’energia creativa. È così che, centinaia di schizzi più tardi, arriva una tela e l’Arte nel mondo non è più la stessa.

Poi, quando la depressione mi lasciava andare dopo le due del pomeriggio, uscivo a passeggio lungo Montmartre, in cerca di una demoiselle d’Avignon, tra i verdi prati del Sacro Cuore annaffiati di risate e, se la trovavo, le chiedevo di farmi da Musa.
Che cos’è, una Musa? Dev’essere qualcuno da uccidere e da salvare, tra un Bacio e Guernica, in una ricerca costante, infinita, estenuante, attraverso le possibilità vitali dell’esperienza.
E se me lo chiedete, vi risponderò che sì, mi piacciono i vincitori, per questo non ho mai considerato il nazismo e la sera, facendomi largo tra il fumo di pipa e gli odori dei bistrot, ero brillante per lasciare in ombra Matisse e Modì.

Racconto completo di Emilia Cinzia Perri, inedito.
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