L’ultimo sogno alla fine del mondo

WALL EIn principio, nella camera, era il buio.
Poi una timida luce dorata faceva la sua comparsa, aumentando d’intensità, fino ad acquistare una tonalità rossa: un cuore di metallo si era risvegliato.
Con gesti spigolosi e lenti, lo scheletro meccanico si muoveva, re dimenticato nel regno della confusione e della ruggine.
L’appartamento era un vecchio monolocale ricolmo del ciarpame più disparato, dove ogni oggetto sembrava attendere il suo demiurgo, l’occasione di una nuova vita che mano sapienti avrebbero avuto il potere di donare.
L’automa ripeteva ogni giorno gli stessi movimenti e non aveva bisogno della luce per sapere quando la libreria gli si fosse trovata davanti. Se avesse sollevato un braccio in altezza, avrebbe potuto sfiorare il dorso sporgente di uno dei libri, di cui ricordava il titolo: “Pinocchio”. Conosceva quella storia perché qualcuno, un tempo, l’aveva letta per lui.
L’automa si chiamava Dieci e stava aspettando il suo padrone.
Dieci inaugurava l’attività giornaliera per cui era programmato inforcando il sellino di una vecchia cyclette. Le ruote cigolanti davano luogo all’energia cinetica e un generatore la trasformava in elettrica: dopo un’ora di cigolii meccanici, aveva prodotto energia sufficiente per alimentare se stesso e i pochi apparecchi che ne avevano bisogno.
Allora l’androide smontava e si dirigeva verso la credenza, dalla parte opposta del vasto ambiente. Apriva l’anta centrale e prendeva una grossa teiera. Rifaceva la strada all’incontrario e calava il recipiente in un serbatoio esterno, cui si accedeva attraverso un piccolo sportello all’altezza del pavimento. Il serbatoio raccoglieva acqua piovana. Riempita così la teiera, Dieci si dirigeva verso il fornellino elettrico. Delle due piastre, solo una funzionava. L’automa non era programmato per ripararle, ma per accendere l’unica funzionante.
Il debole chiarore blu della fiammella illuminava la stanza.
Il robot prendeva un panno, in realtà piuttosto lurido, e liberava dalla polvere la mobilia del locale. Il risultato era che, per un istante, una nuvola di pulviscolo si sollevava, gonfia, in aria, solo per viaggiare e depositarsi a qualche centimetro di distanza, quando non per atterrare nello stesso luogo di partenza. Di questa quotidiana orbita ellittica Dieci non si dava pensiero, mentre l’acqua per il tè bolliva sul fuoco.
Finito di spolverare, apparecchiava stendendo sul basso tavolo di mogano tarlato una tovaglia blu scolorita, la preferita dal padrone. Ci sistemava sopra il portafotografie in cui la donna dai capelli neri sorrideva felice. Dieci non sapeva come si chiamasse quella donna, non ricordava di averla mai incontrata.
Piegava accuratamente due tovaglioli e prendeva dalla credenza due tazze e due piattini dal servizio di porcellana cinese. Centosettantesima dinastia Ming.
Infine, disponeva sul tavolo una piastra metallica e ci poggiava la teiera. Sul tovagliolo, una bustina di tè. La stessa bustina che poi, inutilizzata, sarebbe stata riposta nello scatolo contenente le sue gemelle.
Mancava solo qualcosa per concludere il rito.
Il posacenere. Il padrone amava molto fumare il suo sigaro dopo una tazza di tè.
Il tavolo così apparecchiato era vicino a una porta finestra che dava su un balcone, l’unico dell’appartamento.
Le tende erano chiuse. Dieci le raccoglieva con gesti calcolati, per annodarle con cura. La stanza riceveva allora il chiarore della nebbiolina che avvolgeva le strade e i palazzi fuori. Dieci non aveva memoria di un tempo diverso. Sempre nebbia, sempre luce filtrata dalla nebbia.
Eseguito ciò per cui era stato programmato, i suoi visori osservavano l’esterno attraverso i vetri.
Anche quel giorno, come tutti gli altri, nel silenzio ovattato e circolare, ciuffi di cenere scendevano come fiocchi di neve.
Un fioco riverbero si rifletteva sul suo metallo, appena si dirigeva verso una delle due poltrone disposte ai lati del tavolo.
Si sedeva e aspettava, inerte, nel silenzio.
Il vapore saliva morbido dal beccuccio della teiera, rarefacendosi verso l’alto, fino a dissolversi. Non c’era l’ombra di un rumore. Il silenzio aveva avvolto il mondo, tenace come l’abbraccio di una madre.
Fuori, neve scura si faceva strada tra la nebbia candida.
Ogni giorno, e ogni giorno, e ogni giorno.
Lo aspettava da molto tempo, un tempo che gli ossidava le giunture e allentava i bulloni.
Eppure, la sua memoria gli permetteva ancora di ricordare.
Il padrone era solito allargare gli angoli della bocca e questo si chiamava sorriso, e il sorriso significava che il padrone era contento che Dieci fosse lì ad attenderlo.

Di tanto in tanto accadeva che l’automa dimenticasse cosa doveva fare. A volte non seguiva l’esatta sequenzialità delle azioni. Se accadeva, si fermava, in attesa che il sistema operativo riprendesse a funzionare.
In quei momenti, nella sua perfetta immobilità, esplorava la sua memoria.
Scorreva delle immagini registrate, il suo personale album di fotografie: i filmati conservati nel suo database.

*** *** ***

Tempo fa il padrone era entrato dalla porta stringendo un cartone quadrato, aperto da un lato. La sua mano aveva estratto un cerchio nero. L’aveva chiamato “vinile”. Non riusciva a credere, disse, che ancora esistessero.
Aveva preso un apparecchio dagli scatoloni ammucchiati nell’angolo, poi aveva poggiato il disco sul piatto. C’era una puntina sulla superficie del disco che girava.
“Beethoven”. Aveva detto così ed era rimasto l’intero pomeriggio sprofondato in poltrona.
Mentre agitava la pipa verso l’alto, a intervalli regolari, Dieci sentiva solo una somma di suoni. Non capiva perché il volto del padrone indicasse che era felice. Molto felice.

*** *** ***

L’uomo era accasciato a terra. Dieci lo sapeva: l’acqua che usciva dai suoi occhi si chiamava “lacrime”. Ogni tanto capitava. Sapeva che non doveva parlare né muoversi, se succedeva. Doveva aspettare che finisse. Il portafotografie spariva dal tavolo, quando era il tempo delle lacrime. Ogni tanto capitava.

*** *** ***

Il padrone leggeva, in poltrona.
Aveva girato una pagina e gli occhi e la bocca si erano allargati.
Avvicinato il viso verso il centro del libro, aveva chiuso gli occhi e affondato il naso, percorrendolo interamente dal basso in alto e infine riemergendone, soddisfatto.
— Cosa fai, padrone?
— Ascolto la voce del passato.
Aveva preso tra due dita un esile rombo di carta rattrappita. Lo aveva chiamato “petalo”.
Diceva che un tempo esisteva qualcosa come un “fiore”. Erano belli, colorati. E ognuno di essi aveva un profumo diverso. Qualcuno aveva lasciato, nel libro, i petali di un fiore. Aveva l’impressione che ancora conservassero un po’ del loro profumo.
— Che cos’è un profumo?
Il padrone lo aveva guardato, senza rispondere. Dopo un po’ aveva ripreso a parlare:
— Non so come spiegartelo. Un profumo è come Beethoven. È speciale.
— Dieci non capisce Beethoven. Perché è speciale?
L’uomo, dopo questa domanda, aveva fatto qualcosa che negli ultimi tempi faceva sempre più spesso. Lo chiamava “sospiro”.
— Ti ho chiamato Dieci perché sei il mio decimo tentativo: ti ho costruito assemblando materiali di scarto, quanto riuscivo a trovare nella discarica. Per questo non sei in grado di fare quanto i robot di ultima generazione potevano. Loro avevano l’olfatto, il gusto, un udito capace di abbracciare la musica. Ma tutto questo si è perduto… non so come darti queste capacità.
Quel giorno il padrone aveva cominciato a leggergli un libro. “Pinocchio”.
Pinocchio parlava un po’ del padrone e di Dieci.

*** *** ***

— Padrone, perché Pinocchio vuole essere umano?
— Perché vuole realizzare il sogno di Geppetto.
— Che cosa significa “sogno”?
— Significa volere qualcosa che non si ha. Spesso è qualcosa che non si può avere, qualcosa di impossibile.
L’uomo si era voltato a guardare la donna del portafotografie, sul tavolo. I suoi occhi erano lucidi.

*** *** ***

Il padrone aveva allontanato con rapidità la tazza dalla bocca.
— È troppo caldo!
— Caldo?
— Sì, non va bene. Gli uomini soffrono per il troppo freddo o per il troppo caldo.
— È difficile essere umani.
— Vero. Però gli uomini possono gustare, ascoltare musica, ridere. E queste sono cose belle.
— Cose belle.
— Proprio così.
— Dieci è bello?
Era la semplice richiesta di un’informazione.
Anche questa volta il padrone era stato zitto, prima di rispondere.
— Sei stato costruito con ciò che sono riuscito a trovare, perciò non avevo in mente di farti bello. Non ho pensato se ti volevo bello o brutto. Ti volevo e basta. Gli uomini, da soli, finiscono con l’impazzire. Io invece voglio restare vigile e consapevole. Io voglio ricordare, fino all’ultimo. Se ho qualcuno a cui raccontare i miei ricordi, nulla sarà dimenticato.
— Nulla sarà dimenticato.
Dieci aveva continuato a registrare.
— Sì, sei importante, Dieci. Ricorda tutto.
Dieci ricordava tutto.

*** *** ***

Il padrone si era addormentato in poltrona, agitandosi nel sonno.
Dieci gli si era avvicinato per ascoltare le parole farfugliate.
— Fungo atomico… presto. Le radiazioni ci raggiungeranno… il rifugio. Non funziona nulla… elettricità. Qualcuno?…Nessuno.
L’uomo si era svegliato, sudato e tra le lacrime.
Non stava bene, eppure doveva uscire lo stesso dall’appartamento. Doveva farlo, diceva, dal momento che non c’era rimasto quasi niente da mangiare, per lui. Perlustrava in lungo e in largo i dintorni e non di rado tornava con qualcosa in mano. Scatolette, materiali da riutilizzare. Certo, cercava anche altri esseri umani. Di quelli, però, non ne trovava mai. Nonostante ciò, sosteneva che non poteva essere il solo. Non poteva essere l’unico. Di certo non aveva cercato abbastanza. Doveva andare più lontano.
In effetti, ci metteva sempre di più per tornare a casa. Rientrava dopo lunghi viaggi.
Da solo.
Poi, non era più tornato.

*** *** ***

“La nebbia è fitta. Ci si perde”. Aveva detto lui, una volta.
Dove? Quando? Settori della memoria… danneggiati.
Spegnimento automatico. Energia residua: sufficiente per il risveglio di domani.

*** *** ***

Nuovo giorno. Cyclette. Pedalare.
Polvere. Tè. Teiera sul tavolo. Tenda.
Spegnimento automatico.
Buio.

*** *** ***

Beethoven gira sul piatto, Dieci siede sulla poltrona del padrone. Il libro è aperto e i petali cadono a terra. Dieci non capisce. Perché solo gli uomini possono gustare, ascoltare musica, ridere.
Il padrone tornerà. Dieci aspetta.
Raggiunto limite energia residua. Spegnimento automatico.

*** *** ***

Infine accade l’evento atteso.
All’inizio è un suono breve e ovattato. Un piccolo punto nel vuoto, seguito da un altro suono, identico ma più deciso, prolungato.
Dieci se ne accorge osservando il fondo della stanza, dove brilla la luce verde che si aziona con il campanello.
Il robot scatta in piedi.
Ora si muove verso l’ingresso, richiama alla memoria la combinazione della serratura, digita il codice di apertura e apre la pesante porta di metallo.
Una grande sagoma scura si staglia nella nebbia e sovrasta il piccolo automa.
Dieci, di fronte alla figura sull’uscio, è sicuro: l’uomo che ha davanti non è il suo padrone.
Eppure l’ha già visto prima. Ma dove?
Lunga barba bianca; presenza maestosa; occhi che sembrano abbracciare il mondo intero. Un mantello drappeggiato di bianco. E, attorno alla testa, qualcosa di circolare e luminoso. Dieci cerca nel suo database, trova un’immagine e un nome.
— Lei è Dio.
Dice la macchina con voce neutra.
— Sì, Dieci. Mi hai riconosciuto.
La voce è calma, possente. Attorno alla testa si estendono raggi infiniti, la luce fa apparire tremolante lo spazio tutt’intorno.
— Nella mia memoria sono conservate le immagini di quadri che la raffigurano. Il padrone non è in casa.
Dieci richiude la porta ma, tornato indietro, vede che una poltrona ora è occupata da Dio.
— Resterò solo per poco. Siediti.
— Aspetta il padrone?
— Il tuo padrone non tornerà, Dieci — la voce di Dio era ferma — perché non c’è rimasto più nessuno al mondo. Non un singolo uomo. L’umanità si è estinta.
Un minuto lungo un’eternità annega nel silenzio.
— Capisci, Dieci? Il tuo padrone è morto. Gli esseri viventi sono morti. Tu sei l’unico androide rimasto operativo nel mondo, dal momento che il tuo padrone ti ha programmato per essere autosufficiente. E io, ora, sono qui per lasciarti libero di decidere.
La macchina cercava di elaborare le nuove informazioni:
— Dieci non è programmato per decidere.
— Io posso farlo. Posso darti il libero arbitrio. Posso creare altri come te. Che cosa desideri?
— Dieci non ha desideri. Dieci ha una domanda.
— Chiedi, dunque.
— Lei è il padrone del mio padrone. Lo può aggiustare?
— No. Gli uomini hanno fatto il loro tempo. Hanno avuto un’occasione e hanno distrutto il mondo col nucleare, creando il nulla che vedi. Ne consegue che la vita sarà diversa. Oppure, semplicemente, non sarà. Dimmi ciò che desideri.
— Dieci non sa cosa dire.
— Hai tutto il tempo che vuoi per pensarci. Io ho un altro Universo ad attendermi, ma tornerò. E so che ti troverò qui.
L’istante dopo, Dio era sparito.

Dieci rimase a guardare la poltrona dove poco prima Dio era seduto. Si diresse lento verso di essa e ci si sedette.
Il padrone non sarebbe tornato. Ma Pinocchio poteva diventare un bravo bambino, la fata turchina glielo avrebbe permesso.
Però il padrone non sarebbe tornato. Non avrebbe più parlato a Dieci.
Il robot cercò di nuovo i filmati in memoria nel suo database. Oramai riusciva ad accedere solo a pochi frammenti…

“Non ho pensato se ti volevo bello o brutto. Ti volevo e basta. Perché gli uomini, da soli, finiscono con l’impazzire.”
“Però gli uomini possono gustare, ascoltare musica, ridere. E queste sono cose belle.”
“Io voglio ricordare, fino all’ultimo.”
“Che cosa significa “sogno”?”
“Significa volere qualcosa che non si ha. Spesso è qualcosa che non si può avere. Qualcosa di impossibile.”

Dieci sentì nascere dentro di sé un pensiero, una certezza nuova e imprevedibile. Fu l’attimo in cui capì che non aveva bisogno della fata turchina, perché lui era “già” un essere umano.
L’indomani si sarebbe alzato fiero del suo cuore umano. Avrebbe gustato il tè, ascoltato Beethoven, annusato i ricordi del profumo di un fiore. Reggendosi sulle sue gambe, sarebbe uscito dall’appartamento, alla ricerca dei suoi fratelli e della donna della foto e, un passo dopo l’altro, avrebbe scoperto una volta di più che cosa significa essere umano.

Mentre il robot sognava, la luce rossa che brillava sul suo petto si affievolì per diventare arancione, poi dorata, fino a quando non si spense del tutto e nella stanza tornò il buio.
Nell’appartamento lo scheletro meccanico rimase immobile, seduto sulla poltrona, e dalla teiera calda usciva ancora qualche batuffolo di vapore che si dissolveva.
Fuori, la cenere cadeva lenta e uniforme. Neve nera, nel bianco nulla.MiniNASF10

Racconto completo di Emilia Cinzia Perri, edito nell’antologia “N.A.S.F 10”, a cura dell’Ass. cult. BraviAutori, Novembre 2014.
Nell’immagine: “WALL-E” © Pixar 2008.
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