La dama della torcia

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Egregio prof. De Michelis, Le invio la mia approssimativa traduzione del “Codex” ritrovato nei dintorni di Grenoble. Il volume, che versa in condizioni discrete e non presenta significative lacune nel testo, è opera di un anonimo del ‘500 e consta di un florilegio di storie ispirate alla materia epico cavalleresca.

“Gli scrigni delle belle storie traboccano delle gesta di antichi cavalieri, vissuti al tempo in cui gli esempi di cortesia e onore, nobiltà e coraggio brillavano in gran misura nelle città e nelle campagne. Ma, poiché i racconti sulle loro dame risultano assai più rari, renderò giustizia alle gentili col narrare la storia di Eliana, dama della Torcia.

Alla corte del grande re Carlo si recò la bionda e nobile Eliana, perché vi fosse ricevuta.
Giunta di fronte al re la dama, prima di fare la sua richiesta, spiegò che da bambina era solita giocare con un coetaneo, figlio cadetto del feudatario confinante con le terre di cui era la signora designata. A causa del grande affetto nato nel cuore di entrambi, i due bambini si erano scambiati una promessa di felicità futura, secondo la quale un giorno, diventati adulti, si sarebbero uniti in matrimonio.
Ecco però che Damiano, fattosi giovinetto, era stato mandato a corte, affinché potesse farsi onore in qualità di cavaliere. E davvero – disse Carlo – il cavaliere Damiano, tra i suoi seguaci, aveva saputo segnalarsi per nobiltà e ardire. Ora – continuò Eliana – essendo il padre malato e avendo quell’unica figlia quale erede del feudo, era venuto il momento per lei di prendere marito. Per rasserenare il genitore circa il destino suo e del suo regno, era necessario dunque che venisse rispettata la promessa dell’infanzia e acconsentisse Damiano a diventare il suo signore.
Il buon re Carlo, colpito dall’onesto parlare della dama, non tardò a riferire la richiesta al cavaliere cui era destinata. Quest’ultimo, pur ricordandosi della cara amica, la rifiutò, a motivo che considerava una promessa scambiata da bambini cosa trascurabile. Inoltre, da tempo si professava innamorato della dama della Rosa, cui aveva dedicato poesie ardenti, pur non avendola mai vista.
A quei tempi, infatti, secondo le regole del “fino amore”, era consuetudine per gli amanti dichiararsi fedeli a una donna in virtù della fama della sua bellezza, senza averla potuta ammirare di persona.
Ora, aggiunse il cavaliere, egli si apprestava giustappunto a recarsi nel castello dell’amata per renderle omaggio e avere in cambio il piacere di guardarla in volto per la prima volta.
Quando a Eliana fu riferita la risposta, ella si sentì svenire. Eppure, anziché tornare nei propri domini, decise di seguire di nascosto il suo amato; la fanciulla, infatti, non aveva mai smesso di pensare a lui. Inoltre possedeva due oggetti, ereditati dalla madre, che confidava le sarebbero stati utili: un mantello che rendeva invisibili e una torcia magica.
Damiano si mise in viaggio per giungere, dopo qualche giorno, in vista del castello della dama della Rosa, senza sapere che stava guidando Eliana verso la stessa destinazione.
Ricevuto a corte, non tardò a proferire, al cospetto dell’amata, quei versi che andava rimuginando nel cuore. La dama della Rosa lo ricevette velata. Invano il cavaliere chiese di poter contemplare la perfezione del suo viso; la dama non si rivelò, limitandosi a donargli un fazzoletto in omaggio alla sua fedeltà.
L’innamorato, senza sospettare nulla, pensò che la sua signora volesse metterlo alla prova.
Uscito nel giardino attorno al castello, cercava perciò di comporre versi perfetti in onore di lei. Ed ecco, mentre sedeva da solo in un praticello circondato da alte siepi, che una vocina d’un tratto cantò:

“Se infine il viso poteste scorgere
di colei che fugge luce e verità,
tutto l’ardore sarebbe cenere
e brucerebbero queste falsità.”

Egli si mosse in direzione della voce, eppure non riuscì a trovare a chi appartenesse. Tornato sui suoi passi, trovò sul prato una torcia, finemente lavorata in oro e avorio. Come la prese in mano, la torcia si accese da sola, emanando una fulgida luce.
La voce misteriosa allora riprese a dire:

“Una Torcia stringete nella mano:
luce da mostrare alla vostra dama,
e se lo farete, non sarà invano
per saggiare di sì beltà la fama.
Ma se buon servigio così troverete
ricordate che un dono mi dovrete!”

Il cavaliere stupefatto cercò a lungo la persona che si nascondeva tra i cespugli, ma senza effetto. Chiese dunque di essere ricevuto dalla dama della Rosa, a pretesto di volersi accomiatare da lei. Poiché ella lo ricevette ancora velata, il cavaliere estrasse la torcia, che subito illuminò a giorno la stanza.
Il velo della dama cadde, mostrando un viso tanto ripugnante da far arretrare il suo fedele e svanire la passione fino ad allora ostentata per lei.
Egli se ne partì il giorno stesso.
Giunto in una radura, sentì di nuovo la voce misteriosa che domandava della torcia. Damiano molto la ringraziò per il servizio reso e si dichiarò pronto ad assicurarle il dono che avrebbe richiesto. La voce reclamò la spada del cavaliere.
Egli a fatica si separò dalla spada; pure la lasciò, come gli venne richiesto, nella radura. Poi salì a cavallo e si allontanò, lasciando la torcia e la spada dietro di sé.

Non era passato un giorno, che arrivò presso un altro castello. Chiedendo ai contadini del luogo, venne a sapere della dama che lo teneva; costei, rimasta vedova, era un rinomato esempio di bontà e di virtù.
Il cavaliere, memore dell’esperienza passata, decise che alla virtù, non più alla bellezza, avrebbe consacrato il proprio amore. Chiese quindi ospitalità alla castellana, dichiarando che si sarebbe offerto come suo fedele. La dama, in verità piuttosto bella, lo accolse con gentilezza facendogli assegnare una stanza.
Il nobile Damiano anche stavolta, uscito nel giardino attorno al castello, cercava di comporre versi perfetti in onore di lei. Ed ecco, mentre sedeva da solo presso una fontana circondata da alti alberi, che una vocina d’un tratto cantò:

“Se infine la virtù poteste scorgere
di colei che fugge luce e verità,
tutto l’ardore sarebbe cenere
e brucerebbero queste falsità.”

Egli si mosse in direzione della voce, eppure non riuscì a trovare a chi appartenesse. Tornato sui suoi passi, trovò sul muricciolo della fontana la torcia a lui nota.
La voce misteriosa allora riprese a dire:

“Una Torcia stringete nella mano:
luce da mostrare alla vostra dama,
e se lo farete, non sarà invano
per saggiare di sì virtù la fama.
Ma se buon servigio così troverete
ricordate che un dono mi dovrete!”

Il nobile Damiano cercò a lungo la persona che si nascondeva tra gli alberi, ma senza effetto. Girando a vuoto, finì invece in prossimità della casa del guardiacaccia, in cui gli sembrò che stesse entrando proprio la dama cui aveva giurato fedeltà.
Vi entrò anche lui e, poiché l’interno era completamente buio, estrasse la torcia, che brillò come il sole. Quale sorpresa per il cavaliere, costretto a scoprire che, in quel luogo celato ai più, la sua virtuosa signora delle sue grazie faceva dono a un servitore!
Svanita all’istante ogni passione, il giorno stesso il cavaliere partì.

Giunto in una radura, sentì di nuovo la voce misteriosa che domandava della torcia. Damiano molto la ringraziò per il servizio reso e si dichiarò pronto ad assicurarle il dono che avrebbe richiesto. La voce reclamò lo scudo del cavaliere.
Egli a fatica si separò dallo scudo; pure lo lasciò, come gli venne richiesto, nella radura. Poi salì a cavallo e si allontanò, lasciando la torcia e lo scudo dietro di sé.

Tornato infine da re Carlo, il giovane cavaliere non osò narrare l’esito delle sue avventure, né chiarì come e perché avesse perso la spada e lo scudo, dichiarandosi pronto a farsi da allora in poi servo di Cristo, poiché le donne non meritavano dedizione alcuna.
Re Carlo, per distoglierlo da quel proposito, gli affidò una difficile impresa: doveva vincere un’orribile bestia che di giorno rimaneva rintanata in una caverna e di notte tormentava i contadini di un suo feudo.
Il cavaliere accettò e si mise in cammino. Quando si fermò presso un fiume per far abbeverare il cavallo, non fu troppo sorpreso di trovare la torcia attenderlo su un sasso e di udire la voce ormai nota:

“Una Torcia stringete nella mano
degna da portare nell’impresa
e se lo farete, non sarà invano
e gloria imperitura sarà resa.
Ma se buon servigio così troverete
ricordate che un dono mi dovrete!”

Damiano portò con sé la torcia che risultò necessaria, per via del buio impenetrabile della caverna in cui il mostro aveva preso dimora. Egli poté in tal modo stanare la bestia orrenda e, dopo una cruda lotta, la atterrò.
Il cavaliere si chiese che cosa gli avrebbe chiesto stavolta la voce, in cambio del servizio reso.
La richiesta suonò in effetti molto strana: che gli piacesse di accettare ciò che l’indomani avesse trovato ad aspettarlo nella corte di re Carlo per chiedergli la restituzione della torcia.
Il giorno seguente a corte, tra onori e ringraziamenti, Damiano ritrovò dama Eliana che gli disse, mentre le gote si ammantavano di nobile rossore:
“Mio signore, perdonate l’inganno, perché non più inganni ci saranno tra di noi. Ai vostri piedi giacciono le vostre armi e le mie: la spada, lo scudo e il mantello che mi celava ai vostri occhi; così nelle vostre mani c’è la mia torcia. Restituisco a voi l’onore, a me concedete l’amore che mi spetta.”
Il cavaliere riconobbe la voce che lo aveva aiutato fino a quel momento e fu grato all’amica d’infanzia, accettando di buon grado di adempiere alla promessa scambiata da che erano fanciulli. Si disse inoltre consapevole che in nessun altro luogo avrebbe potuto trovare un’altra dama sì bella e virtuosa, poiché era partito per inseguire l’amore, senza accorgersi che dell’amore era l’inseguito.
Rapide si prepararono le nozze e, a matrimonio avvenuto, la torcia venne lasciata accesa nel grande salone del castello, affinché accesa restasse la memoria della dama della Torcia e del suo signore.”Minil_anno_della_luce

Racconto completo di Emilia Cinzia Perri, edito nell’antologia “L’anno della luce”, a cura dell’Ass. cult. BraviAutori, Ottobre 2014.
L’immagine è “Il santo Graal” di Dante Gabriele Rossetti.
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